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Gli esclusi eccellenti. La guerra dei due Pitaro scuote Pd e Forza Italia

Ad accomunarli c’è il cognome e la sorte ingrata: eletti in consiglio regionale per la prima volta a gennaio del 2020, i rispettivi schieramenti li hanno sonoramente “trombati” a poco più di un anno e mezzo di distanza mettendoli fuori dalle liste per le Regionali del 3-4 ottobre. Le similitudini finiscono qui, perché Francesco e Vito Pitaro ad analogo destino hanno reagito in maniera diversa e differenti, probabilmente, saranno anche le conseguenze della loro non ricandidatura, rispettivamente nel Pd e nella galassia di Forza Italia.

Utile a Vibo, ingombrante alla Regione

Vito Pitaro, vibonese già in Rifondazione comunista, nella scorsa legislatura è stato collaboratore del consigliere Pd Michele Mirabello e poi, dopo aver traghettato il suo gruppo nel centrodestra, si è candidato ed è stato eletto nella coalizione di Jole Santelli. In questo scorcio di legislatura si è speso molto staccandosi dal suo ex mentore, Giuseppe Mangialavori, coltivando e allargando la sua base elettorale fino a ben oltre i confini della provincia di origine. Il suo nome nel frattempo è comparso in due importanti inchieste antimafia (“Rimpiazzo” e “Rinascita Scott”) ma al momento non risulta che sia nemmeno indagato. Fino a qualche giorno fa la sua ricandidatura sembrava sicura e poi è arrivata la doccia fredda, ma nessuno ha spiegato perché sia stato messo da parte. Al Comune di Vibo può contare su una nutrita pattuglia di consiglieri che serve a tenere in piedi l’amministrazione guidata da Maria Limardo e, dunque, ci si chiede perché Pitaro sia “buono” a Vibo ma non alla Regione (leggi qui). Intanto un assessore comunale a lui legato, Giovanni Russo (ex Margherita e Pd), scrive su Facebook che la sua non ricandidatura “crea un vuoto politico che difficilmente verrà ricolmato subito”, che “il territorio perde un riferimento importante” e che difficilmente avrà “un rappresentante che saprà metterci” il suo “stesso impegno” e la sua “stessa passione”. Accade mentre Mangialavori lancia la candidatura di Michele Comito e tra i like al post di Russo spiccano quelli di Tonino Daffinà (vicinissimo a Occhiuto e allo stesso Mangialavori) e Antonio Lo Schiavo (candidato con Luigi de Magistris). Il diretto interessato per il momento tace.

Il Pd e la “cosca politica”

Francesco Pitaro, catanzarese originario di Torre di Ruggiero, è stato forse tra i più incisivi all’opposizione nella legislatura uscente. È apparso più determinato e politicamente strutturato di molti colleghi del Pd nello sbertucciare la maggioranza e proprio tra i dem era stato accolto, con qualche mugugno ma con la benedizione dei vertici provinciali, poche settimane fa. Ma alla fine il Pd lo ha scaricato più o meno nello stesso tempo che lui aveva impiegato a scaricare Pippo Callipo, nelle cui fila era stato eletto e da cui voleva essere indicato nell’Ufficio di presidenza anche se non era quello della sua lista che aveva preso più voti. Sul suo nome si è consumata una guerra di posizione perché il suo attivismo evidentemente avrebbe eroso consensi ad altri candidati del capoluogo che erano pronti a ritirare la candidatura se ci fosse stato anche lui. È finita che lo hanno messo fuori all’ultimo minuto dopo giorni di scontri e veti incrociati. Pitaro ha reagito dipingendo il Pd in maniera non esattamente edificante (leggi qui) e viene da chiedersi se lo stesso partito sarebbe cambiato all’improvviso con una sua candidatura. Più pesante di lui è stato il fratello Pino: “Caro Francesco, si va avanti. Non disperare: erano consapevoli che eri forte – ha scritto su Fb – e la cosca politica si è organizzata contro di te. Puoi guardare in faccia chiunque. Orgoglioso di essere tuo fratello”.

s. p.

© Riproduzione riservata.

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