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Gratteri a tutto campo: “Bisogna fare pulizia all’interno della magistratura”

Gratteri la7

di Antonio Battaglia – Non piace al procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, come agli altri magistrati del Sud, l’istituzione di una commissione per l’insegnamento delle “buone prassi” giudiziarie nel Meridione. E lo ribadisce negli studi di “Otto e mezzo”, trasmissione condotta da Lilli Gruber su La7. “Qualcuno dei nostri capi uffici è stato chiamato per partecipare alla commissione, ma per noi l’idea stessa è un’offesa. Tranne me, ci sono grandi magistrati al Sud che dimostrano efficienza: a esempio, il distretto di Catanzaro nel lockdown è stato l’unico con segno positivo, smaltendo il 110% dei fascicoli. E in 4 mesi e mezzo abbiamo costruito la nuova aula bunker, un gioiello di efficienza e tecnologia che all’estero vogliono copiarci”.

Riforma Cartabia

Lo scorso 4 giugno la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha presentato ai capigruppo di maggioranza in Commissione Giustizia della Camera le proposte di riforma del Consiglio superiore della magistratura (CSM) a cui ha lavorato nelle scorse settimane la commissione di esperti da lei nominata. “Penso che molti nodi siano arrivati al pettine. Nel 2014 dissi che la mamma di tutte le riforme è quella del Csm. L’unico modo per limitare il potere delle correnti è il sorteggio. Bisogna fare pulizia all’interno della magistratura, ma i magistrati sono il prodotto di questa società e non marziani. Non ho mai creduto alla favoletta che i magistrati sono tutti onesti”.

La riforma della giustizia a Gratteri “non pare una rivoluzione. Bisogna partire da geografia giudiziaria, mettere a regime le risorse – spiega -. Da due anni non si fanno corsi di magistratura e ci saranno buchi nella pianta organica, non possiamo permetterci quattro Corti d’Appello in Sicilia o 250 magistrati fuori ruolo. Il sistema giustizia non può diventare un indotto per l’occupazione. Il ministro Cartabia ha spiegato che soldi del Recovery Fund verranno utilizzati per ristrutturare carceri già esistenti, ma chi delinque sta tirando un sospiro di sollievo: amnistia e indulto non dovrebbero esistere nel vocabolario di uno Stato moderno”. Poi, sulla prescrizione: “Deve essere lasciata così com’è fino a quando non si faranno riforme per informatizzare e velocizzare il processo penale a tal punto da rendere meno conveniente delinquere”.

Grande Aracri inattendibile

La collaborazione del boss della ‘ndrangheta Nicolino Grande Aracri è stata dichiarata inattendibile dai magistrati della Dda di Catanzaro (LEGGI). Gratteri approfondisce la notizia del giorno: “Prima di interrogare un presunto collaboratore di giustizia, io studio la sua storia criminale. Proprio oggi ho messo il sigillo su un capocrimine e l’ho dichiarato inattendibile. Dopo sei giorni di interrogatori è caduto in contraddizione e per me può tornare al 41bis. Un pentito deve dire tutta la messa, non tre quarti: doveva parlare di oltre 100 omicidi, ma se non mi dice una cosa fondamentale non posso firmargli il programma di protezione”.

“Quello che dico non piace al potere”

Il procuratore capo di Catanzaro ribadisce poi che farà domanda per la Procura di Milano e la Procura nazionale Antimafia, negando al contempo future iscrizioni a correnti. “La cosa che mi fa rabbia è che dal 1986 sono in cattività e siamo sempre a discutere delle stesse cose ovvie e banali. Ci sono intere aree di Italia che sono prigioniere delle mafie. La cosa che temo di più di questa crisi della magistratura è che si butti l’acqua sporca con il bambino – afferma -, allo stesso tempo tengo più all’acqua pulita e alla libertà di dire quello che penso. Tutto ciò è il risultato della mia vita, ho vissuto la ‘ndrangheta da bambino. So perfettamente che le mie affermazioni sincere non piacciono a chi gestisce il potere”.

In conclusione, Gratteri parla brevemente dell’ultimo libro scritto assieme al noto giornalista e scrittore Antonio Nicaso, ‘Non chiamateli eroi’. Un libro per ragazzi che illustra la vita di uomini e donne che con il proprio coraggio hanno lasciato il segno nella storia della lotta alle mafie. Dai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino al giornalista Peppino Impastato passando per l’imprenditore Libero Grassi, padre Pino Puglisi, Giorgio Ambrosoli, la testimone di giustizia Lea Garofalo, Giuseppe Letizia, Gelsomina Verde, fino al piccolo Giuseppe Di Matteo ucciso all’età di soli 12 anni. “Sono persone normali che hanno avuto tanto orgoglio e hanno amato in modo viscerale questa terra. Non c’è nulla di eroico”.

 

 

 

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