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Ieri su Rai1 la storia di “Cetta”, morta per aver sfidato la ‘ndrangheta

di Danilo Colacino – L’acido usato non per sciogliere un corpo, facendolo sparire per sempre, ma per detergere una bocca che ha parlato troppo: disarticolandola, devastandola, distruggendola, come non fosse mai esistita. Altrimenti l’onta non è lavata e la famiglia ‘dell’infame’ non è riscattata. La morte del pentito è insomma, in questo caso, un evento quanto più eclatante possibile, di cui si deve discutere tanto per far capire a tutti che il codice secolare della mafia si rispetta senza se e senza ma: chi tradisce paga, con il sangue. E non è importante se a pagare sia moglie, nuora, cognata, sorella, madre, figlia e così via. Un destino toccato a Concetta, ‘Cetta’, Cacciola, che avrebbe bevuto un litro, sissignori un litro, di acido muriatico, volendosi suicidare, perché depressa dopo la collaborazione avviata con lo Stato allo scopo di denunciare un ambiente familiare in cui viveva da segregata, facendo da mamma ai suoi tre figli piccoli e non avendo contatti con l’esterno in quanto consorte di un carcerato. Ecco la storia raccontata ieri notte per l’ennesima volta da Rai1 su Cose Nostre.

La terribile condizione di chi è costretta a scegliere tra l’amore di madre e l’amore di donna. Cetta deve fare una scelta drammatica: vivere da ‘vedova bianca’ a soli 31 anni o rompere ogni legame con il suo mondo, figli inclusi. E il bivio le si presenta quando su internet conosce Pasquale, uomo che non ha neppure mai visto, ma per cui – dopo una segnalazione anonima ai genitori e al fratello (il quale peraltro le fratturerà due costole a furia di mazzate) sulla presunta relazione virtuale – comincia a essere ferocemente vessata. Una serie di angherie e soprusi che la portano dapprima a raccontare tutto ai carabinieri e poi a fare delle rivelazioni non da poco al sostituto della Dda della città dello Stretto Alessandra Cerretti, assegnata alla divisione della stessa Direzione competente per l’area tirrenica del reggino. E proprio a lei, la Cacciola riferisce quale sia il ‘triste fato’ che tocca a una giovane donna di Rosarno, appartenente a una famiglia legatissima al potente clan Pesce-Bellocco, indicando anche diversi particolari relativi agli affari del clan. Ma questo comporta l’esilio dalla città natale e soprattutto dagli adorati figli. Lontananza che le sarà fatale, spingendola con il tempo a tornare da mamma Rosalba (forse persino suo malgrado incaricata di farle da carceriere), dal padre Michele e dal fratello Giuseppe. Un ritorno che, come premesso, si rivelerà esiziale.

Il ruolo nella vicenda degli avvocati Gregorio Cacciola e Giuseppe Pisani. La Calabria, però, è anche il luogo in cui due legali: Cacciola (tra l’altro cugino di Cetta) e Pisani vengono condannati per favoreggiamento alla criminalità organizzata, avendo influenzato e gestito la ritrattazione di una ragazza colpevole soltanto di voler condurre un’esistenza normale e a cui non ha purtroppo giovato quella ‘primavera rosarnese’ avviata da un’altra coraggiosa donna: l’ex sindaco della nota località della Piana, Elisabetta Tripodi. Ma la sorte di Cetta a Rosarno era segnata e non c’era ‘stagione’ che la potesse salvare.

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