Il clan degli zingari di Catanzaro e le minacce di morte ai familiari di due pentiti: “Se non tirate fuori i soldi vi uccido”

Il debito da 26mila euro, le intimidazioni con la pistola nel giubbino e la richiesta di aiuto ai Mannolo nelle carte dell'inchiesta della Dda
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Minacce di morte ai familiari di due collaboratori di giustizia, avvenute tra il 2018 e il 2019 e menzionate negli atti sul clan degli zingari su cui la Dda di Catanzaro di recente ha chiuso l’inchiesta nei confronti di 82 indagati (LEGGI). “Avvertimenti” pesanti provenienti dai rom e riferiti agli investigatori, nel momento in cui le vittime sono state chiamate a sommarie informazioni. “Se non tireremo fuori i soldi ucciderà i miei genitori e la mia famiglia”.

Il debito di 26mila euro e le minacce con la pistola nel giubbino

Il debito di 26mila euro e le minacce con la pistola nel giubbino

Il 22 marzo 2018 un parente stretto della pentita Annamaria Cerminara racconta agli uomini della Mobile delle minacce rivolte da Giovanni Passalacqua alias “U Gigliotti”, a lui e alla sua famiglia, intimidazioni basate sulla restituzione di 26mila euro, somma, a suo dire che gli avrebbero sottratto. “Per evitare le sue ire, mi sono addirittura impegnato le cose d’oro e gli ho consegnato 2.500 euro che tuttavia non sono stati in alcun modo sufficienti, tanto che ha detto a mia madre davanti a me che se entro l’una non avessimo consegnato il denaro ci avrebbe ammazzato. In quella occasione era armato di una pistola che teneva nel giubbino. Lo so perché nel minacciarmi me l’ha mostrata. Ho paura per la mia incolumità e per quella dei miei familiari”.

Racconta di essere stato in uno studio legale dove c’era anche U Gigliotti, delle liti in corso e del tentativo di un avvocato di sedare gli animi, “altrimenti ve ne andate dal mio studio”. Per tentare di risolvere la situazione, il parente si reca da Dante Mannolo “nella speranza che potesse ricondurlo alla ragione e però lui mi ha detto che in questo momento il suocero non c’è più con la testa”.

Costretti ad abbandonare la propria casa

Il 4 luglio 2019 un familiare del collaboratore di giustizia Vincenzo Sestito parla delle intimidazioni che lo hanno visto protagonista insieme alla sua famiglia, costretta ad allontanarsi da Via Teano, all’Aranceto, quartiere a sud del capoluogo per evitare il peggio. Nei contatti telefonici intercorsi con la Polizia, la vittima più volte manifesta il disagio e la difficoltà di trovare un alloggio, pernottando a proprie spese in un hotel in località Le Castella, che avrebbe potuto pagare solo per quel giorno, preoccupandosi di dove andare a dormire. Il familiare del pentito riferisce inoltre che un avvocato, legale di alcuni rom dopo aver chiestogli diverse volte dove si trovasse, lo tranquillizzava, invitandolo a rientrare a casa per risolvere con calma la situazione. 

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