Il grido del testimone di giustizia Pino Masciari: “La revoca della scorta è una condanna a morte”

Il ministero dell’Interno ha avviato la procedura di revoca della tutela personale nei confronti del testimone di giustizia catanzarese
pino masciari

“Chiedere che venga ancora riconosciuta, anzi aumentata, la misura di protezione tramite scorta non è per me l’adesione ad una moda o a un capriccio; la mia è una richiesta che parte da un oggettivo e concreto rischio che si è palesato nel momento stesso in cui ho scelto di denunciare affidandomi alla legge dello Stato”. Lo afferma il testimone di giustizia catanzarese Pino Masciari, nei confronti del quale il ministero dell’Interno ha avviato la procedura di revoca della tutela personale (LEGGI QUI). Masciari ha fatto recapitare una memoria alla Prefettura della provincia in cui risiede.

Una “condanna a morte”

Una “condanna a morte”

Con le sue dichiarazioni, Masciari – che prima delle denunce ha vissuto a Serra San Bruno, nel Vibonese – ha determinato la condanna a pesanti pene di importanti boss della ‘ndrangheta. Ora scrive che la revoca delle misure di sicurezza per lui e per i suoi familiari equivale a una condanna a morte. “Tengo particolarmente a sottolineare – scrive Masciari nella memoria – che i miei figli non hanno mai, in tutti questi anni, potuto vivere un’esistenza normale, poiché tale scelta ha pregiudicato la loro serenità, minata costantemente dalla paura e dal sentimento di pericolo, emozioni gravose e non adatte alla loro giovane età”.

Chiesto il mantenimento della scorta

Masciari chiede, dunque, il mantenimento delle misure a suo tempo decise a tutela sua e della sua famiglia e scrive parole molto dure. “L’eventuale revoca delle misure di sicurezza, nella concretezza – spiega – assume il significato di condanna a morte di un uomo e di un padre che ha creduto nello Stato, ha perso le aziende e il lavoro, gli affetti e la sua terra ed è stato fatto vivere per tutti questi anni da esiliato sacrificando la moglie e i figli. La mia vita, quella di mia moglie e dei miei figli non può essere valutata e trattata così come si fa con le pratiche amministrative”.

“Siamo persone, non pratiche da evadere”

“Nelle vostre mani – scrive ancora il testimone di giustizia – c’è la mia esistenza e quella della mia famiglia. Per alto senso civico e per la difesa dei valori costituzionali ho denunciato esponendo me stesso e la mia famiglia a rischi incalcolabili. Ero certo, però, che lo Stato sarebbe stato al mio fianco finché ne avessi avuto bisogno, non finché fosse ‘stato avviato un procedimento amministrativo’. Siamo persone… non pratiche e atti da evadere. Non è difficile ricordare nomi e vicende di altre persone vittime di ritorsione mafiosa, colpite proprio nel momento in cui lo stato gli ha voltato le spalle o quando c’è stata una disattenzione nel sistema di protezione”.

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