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Il mondo degli scomparsi nella terra di nessuno: il mistero dei desaparecidos e il dramma delle famiglie

di Nicodemo Gentile*- Le tragiche vicende degli scomparsi, che tante nostre care famiglie si ritrovano a vivere, sono più di 62 mila le persone che dal 1974 ad oggi hanno fatto perdere le loro tracce, non si possono considerare solo come una tragedia privata, ma rappresentano certamente un dramma, una ferita per una intera comunità. Sembrerà strano a dirsi, ma, entrando dentro alle storie umane di queste persone, annientate dall’ignoto, mi sono reso conto che ognuno di noi può finire per abitare nella Terra del niente. Già, un tempo pensavo che la scomparsa potesse riguardare solo la vita degli altri, ed invece può colpire chiunque, inaspettatamente ed improvvisamente. Non scompaiono solo sbandati, gente ai margini della società, o, come si vede nei film, chi va a comprare le sigarette e decide di non tornare. Scompaiono bambini, scompaiono anziani affetti da malattie degenerative, scompare chi va a fare una passeggiata in montagna, scompare chi prende un autobus, scompare chi ha un incidente e non si trova, scompare chi vive un momento di difficoltà emotiva e decide di farla finita, scompare chi viene ucciso e diventa oggetto di occultamento o distruzione di cadavere, scompare chi lascia a casa il marito o un figlio con la promessa che tra cinque minuti tornerà, scompaiono uomini, scompaiono donne, scompaiono talvolta anche le loro macchine, i loro oggetti personali, la loro identità. Tutto.

Da Majorana ad Adinolfi, i desaparecidos italiani

Non ci sono persone geneticamente predisposte all’allontanamento, non ci sono quartieri più a rischio di altri, non ci sono professioni e mestieri immuni, famiglie con dispensa, non ci sono vaccini. Ancora oggi ci si interroga sulla scomparsa di Ettore Majorana, sulla sorte del grande economista Federico Caffè, uscito all’alba da casa dopo aver lasciato sul comodino il suo orologio, gli occhiali e i documenti, sulla scomparsa del giudice Paolo Adinolfi. Molto si è fatto per questa persone, ma molto, moltissimo, ancora c’è da fare, basti pensare ad esempio al dramma dei “minori non accompagnati”. Sono ormai quasi dodici anni che faccio parte dell’associazione Penelope e da più tempo mi occupo, da uomo e da professionista, di scomparse, un universo sconfinato, complesso, pieno di sfaccettature, dove sembra esserci tutto, ma in realtà non c’è niente. Nel gorgo delle ombre c’è il mistero di chi non c’è più o è altrove, c’è la storia di esistenze perse, c’è l’attesa, c’è il dolore di chi aspetta, dei familiari che necessitano di supporto, attenzione, sensibilità, spesso di professionisti in grado di accompagnarli in un percorso oscuro e pieno di insidie, che può durare un tempo limitato o una vita intera. C’è il nulla, l’assenza di notizie, il non sapere, il non conoscere, l’incertezza, l’inquietudine, l’ignoto, il continuo lavorio del cervello che si lambicca nel cercare risposte che non trova. Il mondo degli scomparsi è tutto questo, è la terra del niente, quella dove sono andate le vite di chi scompare, quella dove sono confinate le vite di chi rimane. Il fenomeno continua ad aumentare, non si arresta. Anche nelle dinamiche attuali, dove tutto sembra controllabile, sempre in balia di un occhio vigile, che può essere una telecamera di videosorveglianza, un bancomat, internet, il GPS, il telepass, le persone continuano a scomparire. Se non le si cerca, rimangono nessuno.

La missione dell’associazione Penelope

La ricerca ormai impone preparazione, capacità organizzative e abilità multidisciplinari. E’ necessario arrivare a creare figure professionali in grado di saper decodificare il fenomeno, entrarci dentro, capirlo, affrontarlo, con un approccio sempre più evoluto, uniforme ed europeo. Nessun nome va mai dimenticato, nessuna esistenza va archiviata, perché le scomparse sono tutte uguali, indipendentemente dai motivi che le determinano, perché sempre uguale è il dolore e la speranza degli uomini e delle donne che sprofondano nella città delle ombre. Ho avuto l’onore di essere eletto, nel febbraio del 2020, presidente nazionale dell’associazione Penelope, un gruppo di familiari ed amici di persone scomparse, che dal 2002 si occupano di queste amare storie. Noi ci muoviamo solo gratuitamente anche con servizi legali e di supporto psicologico e nel tempo abbiamo sostenuto, con onore, tante famiglie, che poi sono divenute parte integrante dell’associazione. La nostra attività è trasparente e controllabile, apolitica e senza scopo di lucro, negli ultimi tempi anche molti Giudici hanno riconosciuto il nostro lavoro, consentendo ai professionisti dell’associazione di stare accanto, in percorsi cosi dolorosi, agli uomini che fanno valere le regole e la Giustizia. Così abbiamo sostenuto e sosteniamo anche tecnicamente ancora i parenti di Roberta Ragusa, di Elena Ceste, di Guerrina Piscaglia, di Maria Chindamo, di Daniele Potenzoni, di Mario Bozzoli, l’uomo misteriosamente scomparso nella fonderia di Marcheno di Brescia, di Renata Raposelli, di Samira El Attar e tante, tantissime altre famiglie, che in un giorno qualunque, senza preavviso, sono entrate, senza volerlo, nel tempo sospeso, nel tempo dove purtroppo non c’e nè vita, né morte. Sovente si sente dire che quella dell’avvocato è una professione anfibia, perché galleggia tra la sensibilità dell’uomo e la freddezza emotiva del professionista, devo però confessare che spesso, nelle storie degli scomparsi che ho seguito, mi sono spogliato della toga, perché purtroppo capita che nemmeno ci si arriva ad indossarla, ho così abbandonato il ruolo del professionista, e mi sono approcciato a loro senza schermi, senza filtri, vestito solo dell’uomo che sono, perché prima ancora di aver bisogno di assistenza tecnica, queste persone hanno necessità, hanno fame di conforto, di solidarietà, di comprensione.

* Avvocato calabrese del foro di Perugia

 

© Riproduzione riservata.

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