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Il pentito Emanuele Mancuso e la taglia dello zio Luigi: “Un milione di euro per uccidermi”

di Mimmo Famularo – “Con questo mio comunicato intendo manifestare il mio stato di frustrazione e preoccupazione per le sorti di mia figlia, di soli 30 mesi di vita, poiché, nonostante le notorie vicende legate alle pressioni da me subite per la scelta intrapresa, scaturite nel procedimento penale, in fase di trattazione, a carico della mia ex compagna e dei miei congiunti, ad oggi, ella, seppur sottoposta allo speciale programma di protezione, nella realtà dei fatti, grazie alla disponibilità della madre, Chimirri Nensy Vera, mantiene contatti con gli ambienti ‘ndranghetistici”. A scrivere è Emanuele Mancuso, rampollo dell’omonimo clan di Limbadi, primo esponente della più potente famiglia di ‘ndrangheta del Vibonese a essersi pentito. Su di lui lo zio Luigi, il super boss arrestato nell’ambito della maxi operazione “Rinascita Scott”, aveva messo una taglia da un milione di euro per farlo uccidere. E questo è uno dei tanti retroscena emersi nei due verbali del pentito Antonio Cossidente depositati proprio nel processo istruito dalla Dda di Catanzaro che vede imputati i familiari di Emanuele Mancuso che – secondo l’accusa – lo avrebbero minacciato per farlo ritrattare. Il giovane collaboratore di giustizia si confida in carcere con Cossidente, ex esponente di spicco dei Basilischi, l’organizzazione criminale che comanda in Basilicata, e parla di una confidenza fatta da un carabiniere della stazione di Nicotera: “Dice che lo zio – riferisce Cossidente al sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Annamaria Frustaci – aveva messo su di lui una taglia da un milione di euro”.

La lettera di Emanuele e la figlia in pericolo

Emanuele è stato invitato a fare un passo indietro persino da collaboratori di giustizia amici di suo padre che lo hanno incrociato in carcere. Ma lui, nonostante tutto, ha proseguito per la sua strada. Lo ha fatto per la figlia. “Ho deciso di collaborare con la giustizia – scrive in una lettera – proprio in prossimità della sua nascita anche con la speranza di offrirgli un futuro diverso, lontano dal contesto sociale e criminale di mia appartenenza. Per tale motivo, da padre, non posso accettare quello che sta succedendo! Premetto di aver chiesto alla Procura Distrettuale che la bambina, insieme alla madre, all’epoca mia compagna/convivente, venisse ammessa allo speciale programma di protezione “onde evitare” il loro possibile coinvolgimento in atti ritorsivi, frutto di vendetta nei miei confronti, ma soprattutto per consentirgli di crescere in un “ambiente familiare sano” lontano da pregiudizi e da nette imposizioni dovute solo al “maledetto cognome” portato.
La mia scelta non è stata condivisa dalla Chimirri Nensy Vera la quale ha, prontamente, rifiutato la collocazione in località protetta e l’ ammissione allo speciale programma di protezione rimanendo, invece, legata alla famiglia Mancuso, condividendone lo stesso tetto insieme alla bambina”.

Le accuse al Tribunale per i Minorenni

La Procura Minorile di Catanzaro, per tutelare la figlia, in grave pericolo per le dichiarazioni rese dal padre, alcune delle quali discoverate, con applicazione di misura cautelare in carcere nei confronti di esponenti di spicco dell’ambiente criminale, ha avanzato, nei primi mesi del 2019, al Tribunale per i Minorenni di Catanzaro, richiesta di immediato allontanamento della minore dalla Calabria con collocazione in località protetta. “Il Tribunale per i Minorenni, inspiegabilmente, per ben tre volte, ha provveduto a rigettare tale richiesta – denuncia Emanuele Mancuso – lasciando la minore sul territorio vibonese, incurante del grave pericolo che incombeva, seppur conscio del fatto che pendeva e pende, sulla mia testa, una taglia, di circa 1 milione di euro, messa da Luigi Mancuso. Dico “beffa” in quanto la mia bambina è stata allontanata dal territorio vibonese, unitamente alla madre “se consenziente” – così stabilisce il Tribunale per i Minorenni di Catanzaro – con decreto provvisorio, alquanto discutibile, dopo circa un anno dall’inizio del mio percorso di collaborazione e solo dopo il tentato omicidio di Domenique Signoretta, uomo di fiducia di Mancuso Pantaleone, alias “L’ingegnere”. Dico “discutibile” in quanto, incomprensibilmente, con il predetto decreto il Tribunale per i Minorenni ha, nella realtà dei fatti, “incaricato la madre” ad occuparsi della crescita e dell’educazione della bambina, indifferente del fatto che, ella, non si è mai dissociata dalle logiche ‘ndranghetistiche. Inoltre, illegittimamente, il Tribunale per i Minorenni ha provveduto, con il medesimo decreto, a limitare, anche, la mia responsabilità genitoriale per i miei precedenti penali. Pari all’essere assurdo!!! Infatti, a seguito di impugnazione, tale provvedimento, sul punto, è stato letteralmente disintegrato dalla Corte di Appello di Catanzaro, Sezione Civile Minori. Mia figlia, ad oggi, continua a vivere con la madre, legata, senza ombra di dubbio, alla cosca Mancuso!!!”.

L’avvocato dell’ex compagna a “libro paga” dei Mancuso

Le preoccupazioni di Emanuele Mancuso per le sorti della figlia sono aumentate, nell’ultimo periodo, a seguito della lettura di attività di indagine presenti nel fascicolo del procedimento penale relativo alle pressioni subite per ritrattare le dichiarazioni rese all’autorità giudiziaria. “Dal materiale intercettivo si evince, chiaramente, che la Chimirri Nensy Vera – afferma il collaboratore di giustizia – è collegata, tutt’oggi alla cosca, in quanto è difesa e assistita da un noto avvocato del Foro di Palmi che risulta essere sul “libro paga” della cosca di ‘ndrangheta denominata “Mancuso”. Questa non è una mia invenzione ma è quanto emerge da una intercettazione telefonica, presente in atti, tra il professionista e Del Vecchio Rosaria Rita, rappresentante la famiglia Mancuso, inerente il procedimento pendente presso il Tribunale per i Minorenni di Catanzaro. In tale circostanza il mandato difensivo è stato conferito dalla Chimirri Nensy Vera, madre della minore, ma il professionista anziché riferire l’evolversi della vicenda alla sua assistita provvede, con priorità, a relazionarsi con Del Vecchio Rosaria Rita, la quale si occupa anche del pagamento delle spese legali. Sconcertante  – rivela il pentito – è un passaggio di un’intercettazione dove si legge che la Del Vecchio Rosaria Rita invita l’avvocato ad andare presso la sua abitazione per riferire: “vieni ti do 5.000 euro ”… alla risposta del legale che in quel momento non poteva recarsi sul posto la Del Vecchio Rosaria Rita replica “te ne do 10.000 euro”… e il professionista risponde “vengo pure in bicicletta”. Da padre non riesco a darmi pace in quanto detto materiale è in possesso del Tribunale per i Minorenni e nessun provvedimento è stato preso per tutelare, effettivamente, mia figlia”.

“Mia figlia in mano alla ‘ndrangheta come merce di scambio”

Agli atti è stata depositata una consulenza peritale effettuata sul dispositivo IPhone sequestrato al boss  Pantaleone Mancuso, alias “L’ingegnere”, quando è stato tratto in arresto al Bingo di Roma dopo un periodo di latitanza. “Emerge – scrive ancora nella lettera il giovane pentito della famiglia di Limbadi – un quadro sconvolgente e cioè l’interessamento della cosca alle sorti della mia bambina, con ingerenze nel procedimento pendente presso il Tribunale per i Minorenni, nonché il forte legame e la “messa a disposizione” della Chimirri Nensy Vera che, in tutta tranquillità e serenità, interloquisce e si incontra con latitanti e soggetti irreperibili del calibro di Mancuso Giuseppe Salvatore e Mancuso Pantaleone, alias “L’ingegnere”. Non posso accettare più questa situazione e chiedo, a gran voce, un intervento risolutivo per strappare, definitivamente, la mia bambina dalle mani della ‘ndrangheta. Sconvolgente è il contenuto di una conversazione tra Mancuso Pantaleone, alias “L’Ingegnere” e Chimirri Nensy Vera, riferita a mia figlia: conversazione del 15.01.2019, ore 18:47 “Stai tranquilla, Io faro di tutto. Non ti preoccupare, stai tranquilla. Deve passare sul mio cadavere”. Ed ancora in altra conversazione sempre Mancuso Pantaleone dice alla Chimirri Nensy Vera “Tu mettiti a disposizione”, riferendosi all’eventuale sottoposizione “forzata” al programma di protezione. Parole forti, dialoghi che non lasciano spazio ad alcuna interpretazione alternativa, faldoni pieni di intercettazioni che acclarano che la bambina è in mano alla ‘ndrangheta ed usata come merce di scambio!!!. In quasi tre anni – conclude la lettera del pentito – ho visto mia figlia poche volte, in quanto la madre ha sempre cercato di impedirne i contatti, operando continue vessazioni nei miei confronti e soprattutto con l’indifferenza di un Tribunale per i Minorenni che è rimasto inerte alle mie continue e numerose segnalazioni. Chiedo solo giustizia!!!”.

 

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