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Il pentito Mancuso e i segreti di famiglia: dagli “infedeli” dello Stato agli avvocati “collusi”

di Mimmo Famularo – Le talpe del clan, le soffiate degli “infedeli” dello Stato, le indagini insabbiate e la figura di Luigi Mancuso, lo zio “visto come un dio” in terra. La nuova settimana del maxi processo “Rinascita Scott” è ricominciata con un’altra deposizione fiume di Emanuele Mancuso, l’ex rampollo dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta, primo e unico collaboratore di giustizia del potente casato di Limbadi e Nicotera. Rispondendo alla domande del pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, il giovane pentito ha inizialmente descritto il “cerchio magico” del super boss Luigi Mancuso indicando tra i “fedelissimi” Gaetano Molino e Pasquale Gallone, i due uomini di fiducia che si sarebbero occupati anche dell’irreperibilità dello zio e delle riunioni con gli affiliati del clan. Gregari, sodali ma anche imprenditori vicinissimi a Luigi Mancuso. Tra questi il collaboratore di giustizia indica Emanuele La Malfa (“faccia pulita della cosca”) e Gianfranco Ferrante del Cin Cin,

I Mancuso, la massoneria e “dio” Luigi

Un capitolo a parte è stato riservato ai rapporti tra la famiglia Mancuso e la massoneria deviata. “Antonio e Pantaleone Mancuso alias ‘Vetrinetta’ – rivela il collaboratore di giustizia – facevano parte della massoneria e questo si sapeva all’interno della famiglia”. Emanuele va oltre e agli zii “massoni” Antonio e Pantaleone aggiunge anche Giovanni nella “triade” che si diceva pilotasse anche le forze dell’ordine decidendo chi fare arrestare e chi no. Il pentito fa anche qualche esempio e la mente torna al maxi blitz del 2003, nome in codice “Dinasty”, il più grande mai compiuto contro la famiglia Mancuso. “Le proprietà della cosiddetta “generazione degli 11” erano stati dissequestrati mentre quelle dei “sette” no e tra questi vi era la struttura dell’università”. Per “generazione degli 11” si intende gli zii di Emanuele Mancuso mentre i “sette” erano i componenti dell’altro ramo della famiglia, rappresentato dal padre del pentito, l’ingegnere, e dai suoi fratelli. “Si diceva che tutto ciò era dovuto al fatto che c’era la massoneria di mezzo”. Sopra di tutto però c’è lui, lo zio Luigi, soprannominato il “supremo”. “Di lui – ribadisce il nipote-pentito – ho sempre sentito parlare come un Dio”.

Le “talpe” del clan e gli “infedeli” dello Stato

Inquietanti poi i rapporti che alcuni membri della famiglia Mancuso avrebbero intrattenuto con carabinieri, poliziotti, finanzieri, in generale uomini dello Stato “infedeli”, finiti per un motivo o per un altro al servizio del clan. Emanuele Mancuso parla di tale “Salvatore”, un militare dell’Arma che avrebbe operato a Nicotera, San Nicola da Crissa e Rombiolo. Sarebbe stato al servizio del padre, Pantaleone Mancuso ma anche del nipote di Pasquale Gallone, Nino. “Quando mio padre si rese latitante – rivela il pentito – dopo la misura per il duplice tentato omicidio, e che mia madre era partita per Buenos Aires, la questione passò a me e da lì iniziai ad avere contatti diretti con questo carabiniere che mi forniva numerose informazioni”. Le “soffiate” riguardavano vicende legate al territorio del Vibonese perché la “talpa” in divisa non lavorava per la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ma di notizie ne portava parecchie: dall’anticipazione di qualche blitz che ha visto impegnati i carabinieri di Tropea fuori provincia, ai posti di blocco e alle perquisizioni fino alla maxi operazione “Costa Pulita” della quale Emanuele Mancuso e i suoi amici assistettero in diretta agli arresti. In cambio il carabiniere avrebbe avuto “un matrimonio quasi pagato dal clan ma anche sconti, auto, trattamenti di favore”. Il pentito dice che tra i presenti al matrimonio di Nino Gallone, quello del famoso elicottero atterrato in piazza a Nicotera, c’era anche lui, l’insospettabile “talpa”. “Diedi il consiglio di redigere una relazione di servizio – disse Emanuele Mancuso al militare dell’Arma – nella quale dire che aveva fatto da infiltrato al matrimonio”. E a quel banchetto nuziale che fece scalpore c’erano figure politiche di primo piano, come ad esempio il sindaco dell’epoca, Franco Pagano, vittima tra l’altro di una gravissima intimidazione a colpi di kalashnikov che devastarono la sua casa. Emanuele Mancuso lo indica come “legato mani e piedi” ai due Pantaleone, l’ingegnere e Scarpuni. “Non tragga in errore l’attentato subito dal sindaco in quanto fu uno sgarro fatto a mio padre a ‘Scarpuni’”. Emanuele Mancuso ha riferito anche di un maresciallo dell’Arma a disposizione della cosca e identificato come “soggetto che aveva rapporti con Luigi Mancuso”. Carabinieri ma anche veri e propri “confidenti” appartenenti ad altre forze dell’ordine, “infedeli” e “doppiogiochisti” come in una “spy-story”, spionaggio e controspionaggio. Ma questo non era un film ma la realtà raccontata nell’aula bunker da Emanuele Mancuso: “Pensavamo che Roberto Cuturello fosse un infiltrato perché c’erano diverse inchieste, anche per omicidio, in cui appariva il suo nome ma senza che questi venisse mai arrestato; lo stesso dicasi per Pino Gallone che – sospetta il pentito – aveva ad esempio la piazza della droga a Nicotera senza mai essere toccato”.

L’indagine “insabbiata” e le tre categorie di avvocati

Emanuele Mancuso ha parlato anche di una presunta indagine “insabbiata” e dei rapporti della sua famiglia con l’avvocato Francesco Stilo, uno degli imputati nel maxi processo “Rinascita Scott”. Il legale sarebbe stato “un amico di famiglia”. “Stilo – sostiene Mancuso – si presentò a casa mia con un fascicolo d’indagine, condotta dalla polizia e coordinata dalla Dda, che riguardava me più altri per associazione mafiosa e conteneva decreti autorizzativi di intercettazioni telefoniche. In una ambientale Domenico, Roberto e Antonio Piccolo parlavano di droga e dicevano che tutte le imbasciate da portare al cospetto della mia famiglia al panificio di mia zia. Fui avvisato dall’avvocato ma non credo che lui l’abbia fatto per me quanto più per mio padre e per il legame che aveva, tra l’altro dicendogli: ‘Stai attento che qui ti arrestano’. Tuttavia, poi l’inchiesta fu insabbiata”. Quanto agli avvocati che avevano rapporti con lo cosca, Emanuele Mancuso li divide in tre categorie senza fare nomi: “C’erano quelli che arrivavano al cancello di casa per notificare gli atti d’indagine, altri invece che neanche venivano da noi e che ci dicevano che, in caso di arresti domiciliari di uno di noi, avrebbero chiesto il permesso per farci andare al loro studio; altri invece mangiavano quasi sempre a casa nostra e altri ancora andavano persino in barca con mio
padre anche perché era difficile che venissero intercettati”.

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