Il samaritano oscuro dell’ultima plebe e i calabresi uccisi nelle Fosse Ardeatine

Don Pietro Pappagallo era l’unico prete tra militari, carabinieri, partigiani, ebrei, politici, professionisti, commercianti, operai trucidati tra sventagliate di mitra e colpi alla nuca

di Bruno Gemelli – Numero 114. Nell’elenco delle 335 vittime delle Fosse Ardeatine la Gestapo assegnò la 114° cifra a Pietro Pappagallo, anche se nell’elenco alfabetico compare al 230° posto. Aveva 56 anni. Don Pietro Pappagallo era un prete, l’unico prete tra militari, carabinieri, partigiani, ebrei, politici, professionisti, impiegati, commercianti, bottegai, operai trucidati tra sventagliate di mitra e colpi alla nuca. L’eccidio, com’è noto, avvenne il 24 marzo 1944 come ritorsione nazista per i fatti di via Rasella dove rimasero uccisi 33 soldati tedeschi a seguito dell’attentato di un commando partigiano.

Nelle Fosse ardeatine furono anche uccisi i calabresi Donato Bendicenti di Rogliano, Francesco Bucciano di Castrovillari, Paolo Frascà di Gerace, Giuseppe Lopresti di Palmi e Giovanni Vercillo di Catanzaro. La settima vittima, dopo i martiri delle Ardeatine, fu una donna, Teresa Talotta in Gullace di Cittanova, mitragliata dai nazisti alle spalle mentre cercava di raggiungere il marito che era stato arrestato dalla Gestapo (Teresa era la Anna Magnani del famoso film).

La rappresaglia

La decisione di compiere la rappresaglia fu presa durante una conversazione telefonica tra il generale Mälzer, il colonnello Kappler e il generale Eberhard von Mackensen (comandante della 14ª Armata, che era il superiore diretto del generale Mälzer poiché responsabile della zona di guerra della testa di ponte di Anzio). Il generale von Mackensen che era a conoscenza delle pretese provenienti dal quartier generale di Rastenburg, ritenne, dopo essersi consultato con il colonnello Kappler, che fosse sufficiente fucilare dieci italiani per ogni tedesco morto in via Rasella; inoltre il generale stabilì che le vittime della rappresaglia avrebbero dovuto essere i cosiddetti Todeskandidaten; i prigionieri detenuti a Roma già condannati a morte o all’ergastolo e quelli colpevoli di atti che avrebbero probabilmente portato a una condanna a morte. Quindi, il rapporto uno a dieci.

Comunque la composizione delle vittime fu la seguente: 154 persone a disposizione dell’Aussenkommando, sotto inchiesta di polizia; 23 in attesa di giudizio del Tribunale militare tedesco; 16 persone già condannate dallo stesso tribunale a pene varianti da 1 a 15 anni; 75 appartenenti alla comunità ebraica romana; 40 persone a disposizione della Questura romana fermate per motivi politici; 10 fermate per motivi di pubblica sicurezza; 10 arrestate nei pressi di via Rasella; una persona già assolta dal Tribunale militare tedesco; 3 persone tuttora non identificate.

“Roma città aperta”

La figura di Don Pietro divenne famosa perché ispirò al regista Roberto Rossellini nel film “Roma città aperta” (1945), capolavoro e pietra miliare del neorealismo, la figura del sacerdote, interpretato da Aldo Fabrizi. In realtà il regista disse in seguito di aver pensato sia a don Pietro Pappagallo, come antifascista e amico dei lavoratori, e sia, nel finale, a un altro sacerdote, Don Giuseppe Morosini fucilato a Forte Boccea.

Giovanni Paolo II, in occasione del Giubileo dell’anno 2000, ha incluso Don Pietro Pappagallo tra i martiri della Chiesa del XX secolo. In sua memoria, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha conferito, il 13 luglio 1998, la medaglia d’oro al merito civile. Al suo nome è intitolata la sezione “Esquilino-Monti-Celio” dell’ANPI. Il 9 gennaio 2012, sul marciapiede di fronte alla sua casa di Roma in via Urbana 2, è stato collocato un sampietrino con targa in metallo, nell’ambito del progetto Stolperstein “pietra d’inciampo” che ricorda i deportati dai nazisti nel luogo in cui sono stati prelevati.

Nel 1924 don Pietro fu vice rettore del Seminario regionale San Pio X di Catanzaro. E le istituzioni religiose e municipali della città capoluogo hanno dedicato al martire un convegno storico-commemorativo.

Pietro Pappagallo (Terlizzi, 28 giugno 1888 – Roma, 24 marzo 1944) è stato un presbitero e antifascista italiano. Quinto di otto fratelli, nacque da una famiglia di modeste condizioni economiche: il padre, cordaio, fabbricava con canapa, iuta e giunco le funi; la madre, casalinga, intuisce e asseconda la precoce vocazione del ragazzo, favorendo la “rendita sacerdotale”, a quei tempi necessaria per chi intendeva diventare prete. Dopo aver fatto il garzone con il padre fu ordinato sacerdote il 3 aprile 1915.

Trascorsi i primi dieci anni della sua vita sacerdotale nella sua Diocesi e poi a Catanzaro. Nella prima esperienza romana consolidò la vocazione del cattolicesimo sociale seguendo da vicino gli operai della Snia Viscosa, la più grande fabbrica romana con duemila lavoratori. È trasferito a Roma nel Collegio collegato alla Basilica di Santa Maria Maggiore, è vice parroco nella Basilica di San Giovanni in Laterano e segretario del cardinal Cerretti. Durante l’occupazione tedesca, Don Pietro Pappagallo si impegna con zelo e intelligenza a fornire aiuto a soldati, partigiani, alleati, ebrei ed altre persone ricercate dal regime.

“Uomo buono, sacerdote-apostolo della carità, che non faceva politica, ma cercava solo di dare protezione agli sbandati, di aiutare i ricercati dai nazisti fornendo documenti falsi per mettersi in salvo”, disse di lui monsignor Gaetano Valente, suo compagno e amico.

L’arresto di Don Pappagallo

Il 29 gennaio 1944, Don Pappagallo è arrestato dalle SS, dopo la delazione della spia Gino Crescentini che lo vendette alla Gestapo; lo scopo era eliminare una figura di spicco del fronte militare clandestino e della resistenza romana. È portato nel carcere delle torture in via Tasso, cella n. 13, dove rimane 51 giorni, deriso e denudato.

Alcuni testimoni hanno riferito che, anche durante il periodo della prigionia, Don Pappagallo condivise e spesso si privò del proprio misero pasto, con altri detenuti, che non avevano ricevuto cibo e sigarette.

Post scriptum: Si attribuisce al regista austriaco Otto Preminger la seguente frase: “La storia del cinema si divide in due ere: una prima e una dopo Roma città aperta”. Con Pietro Pappagallo-Aldo Fabrizi e Teresa Gullace-Anna Magnani.

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