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Imprese, poca liquidità e usura: “A Reggio rischio catastrofe sociale”

di Mario Meliadò – Da Reggio Calabria arriva il grido di dolore delle imprese: «Gli allarmi lanciati sul rischio-usura da parte della magistratura e delle forze dell’ordine sono pienamente condivisibili – scrive il vicepresidente di Confindustria Reggio Calabria Giuseppe Febert –, più volte la nostra associazione ha denunciato pubblicamente il pericolo» che gli operatori economici, “a secco” già normalmente e ancor più dopo la durissima fase Covid, si rivolgano ai “cravattari”.

Un rischio gravissimo e concreto, già segnalato con vigore dal presidente di Confindustria Reggio Calabria Domenico Vecchio e dall’arcivescovo della Diocesi Reggio Calabria-Bova, monsignor Giuseppe Fiorini Morosini.

I DATI

Un rischio, quello dell’usura, spesso messo in luce con tanto di dati: le stime dei vertici della Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) e in particolare secondo il direttore generale Roberto Calugi, parlano del 44% delle imprese con enormi problemi nell’ottenere l’attivazione di linee di credito. Stando a Calugi, si sta alimentando «un grossissimo problema-usura» e paradossalmente «non dando liquidità alle aziende, stiamo consegnando interi settori produttivi alle mafie». A fare da contraltare, in queste settimane la Banca d’Italia ha fatto presente in maniera reiterata come, senza i più stringenti e opportuni antimafia, i prestiti d’importo superiore ai 25mila euro siano uno slot ottimale per favorire il money laundering e, più in genere, l’economia illegale.

CAFIERO DE RAHO: «TRACCIABILITÀ»

Dal canto suo, a fine aprile scorso il procuratore nazionale antimafia (ed ex procuratore distrettuale di Reggio Calabria) Federico Cafiero de Raho, in audizione per il “dl Liquidità” davanti alle Commissioni riunite “Finanze” e “Attività produttive” della Camera, ha chiesto con veemenza che fosse inserita nel decreto la tracciabilità dei flussi finanziari: «Tutti i movimenti – ha argomentato – devono essere registrati su conti correnti dedicati e devono essere effettuati tramite bonifico», potenziando il monitoraggio su operazioni sospette o soggetti potenzialmente pericolosi e massimizzando l’applicazione delle norme antiriciclaggio, perché «il rischio dei prestiti a usura c’è», specie ponderando che le mafie ottengono 30 miliardi di euro su base annua dal narcotraffico, di modo che il problema della criminalità organizzata «non è tanto la liquidità, ma il reinvestimento e la canalizzazione delle proprie ricchezze». Settori più a rischio, turismo & ristorazione.

ANTIUSURA & CONTRADDIZIONI

Del resto, pure in tempi “ordinari” esistono specifici protocolli per dare respiro alle imprese a rischio-usura: stando alle stesse indicazioni del Mef (Ministero per l’Economia e la Finanza), «famiglie, cittadini e imprese in difficoltà possono rivolgersi ai Confidi (ovvero consorzi d’imprese) e alle Associazioni e Fondazioni per la lotta all’usura accreditate presso il Mef, che valuteranno i casi e potranno decidere di concedere garanzie per prestiti e finanziamenti da parte d’istituti bancari e intermediari finanziari», si legge sul sito web del Ministero.

Sì, perché il problema numero 1, quando sei a corto di liquidità, è avere qualcuno che faccia da mallevadore e qualcun altro che, anche alla luce della circostanza precedente, sblocchi una benedetta linea di credito. Se questi due fattori non ricorrono entrambi, spiace dirlo, nei fatti prima o poi qualsiasi azienda corre il serio pericolo di finire in pasto agli strozzini: e considerato che anche le procedure per accedere al “Fondo per la prevenzione del fenomeno dell’usura” (appunto) previsto ormai da un quarto di secolo dalla “legge 108” serbano tra una riga e l’altra ampie sacche di discrezionalità, il rischio è concreto e palpabile, specie da queste parti.

MENO SOLDI, PIÙ SUICIDI

L’Ambulatorio Antiusura di Confcommercio Roma, ad esempio, tra marzo e aprile 2020 ha registrato un +30% delle richieste d’aiuto: per il mese di maggio, si stima abbia toccato picchi del +50%, con ampi rischi di “bandiera bianca”, ovvero di forzata cessione delle proprie imprese ai prestanome del crimine organizzato. Del resto, rileva il presidente di Sos Impresa Luigi Cuomo, l’incremento non ha riguardato solo – esponenzialmente – la richiesta di liquidità, ma «anche l’offerta della criminalità, che tenta d’inserirsi» facendo il suo lercio lavoro. E questo non è certo casuale: mentre il debito silenziosamente cresce a dismisura per ciascun imprenditore, le misure di mano statale «vengono annunciate ma non arrivano»: proprio il delay, il mix letale tra politica degli annunci e differimento dell’effettivizzazione di misure sulla carta già adottate può portare a uno sterminio collettivo i cardini sani del nostro tessuto imprenditoriale.

…Sterminio in senso tecnico, perché malauguratamente fra chi fa impresa (e non solo…) pure i suicidi sono in forte incremento. Stando a un recentissimo studio dell’Osservatorio “Suicidi per motivazioni economiche” della Link Campus University, nell’ultimo bimestre si sono tolte la vita per ragioni finanziarie almeno 25 persone (16 soltanto nello scorso mese d’aprile), e almeno 14 di loro erano imprenditori,

FONDI INSUFFICIENTI

Ma, con molto pragmatismo, di quanti fondi si dispone per fronteggiare effettivamente problematiche di tale drammatica portata? I dati aggiornati al 2018 indicano 288mila euro e spiccioli (cioè quanti ne ha a disposizione la piccola Basilicata) ripartiti tra i confidi Assicomfidi, Cofidi e Fidart, per l’intero tessuto imprenditoriale calabrese; decisamente più corposa la dotazione – sempre con orizzonte cronologico 2018 – per associazioni e fondazioni beneficiarie del Fondo di prevenzione (Fondo Mons. Vittorio Moietta, Fondazione antiusura San Matteo Apostolo, Fondazione Santa Maria del Soccorso e Fondazione Zaccheo), complessivamente 699mila euro a quella data.

Vogliamo sperare che le somme realmente a disposizione per contrastare il ricorso ai “cravattari” e alle insidiosissime maglie della ‘ndrangheta siano ben altre. Ora; non “dopo”.

SOCCORSO CAMERALE

Anche per queste ragioni, prova a dare una mano l’attivissima Camera di commercio di Reggio Calabria guidata da Antonino Tramontana: il 5 maggio scorso, il Consiglio camerale ha licenziato d’urgenza una variazione del bilancio preventivo 2020 per destinare contributi a fondo perduto per 2 milioni di euro  alle imprese del tessuto metropolitano reggino, anche in attuazione del decreto “Cura Italia”. Queste risorse economiche permetteranno «l’abbattimento del tasso d’interesse sui finanziamenti finalizzati a favorire gli investimenti produttivi e la liquidità necessaria per la gestione aziendale, in questa fase economica così delicata» per le micro, piccole e medie aziende del territorio. Questo, argomenta Tramontana, «in modo da consentire una pronta ripartenza del nostro già fragile sistema economico», visto che la misura riguarda le Mpmi che, dall’8 aprile scorso in poi, abbiano «stipulato un contratto di finanziamento con banche, società di leasing e altri intermediari finanziari per esigenze di liquidità, consolidamento delle passività a breve, investimenti produttivi», consentendo l’abbattimento del 100% del tasso d’interesse, ma con un contributo massimo da 5mila euro per singola impresa interessata.

LE PROPOSTE DI UNES E FABI

In tutto ciò, il periodo di chiusura imposto dalle norme per il contenimento dei contagi da coronavirus ha rappresentato un’ulteriore (e invalicabile) mannaia. Così, ad esempio, l’Unes (l’Associazione nazionale per l’equilibrio sociale) mette in fila i dati, ponendo in rilievo che «circa il 30% delle imprese non ha riaperto» e puntualizzando che «sebbene il Governo abbia avviato una campagna di forma di garanzia per attivare una serie di prestiti, non è vero che questi arriveranno a tutti perché si deve passare da un’istruttoria bancaria, e se l’impresa ha un piccolo neo viene bocciata». Di qui, è stata messa nero su bianco una proposta di legge ordinaria che prevede sblocco semplificato degli aiuti governativi alle aziende, ulteriore sostegno dello Stato per la salvaguardia dei livelli occupazionali e sgravi fiscali fino all’85% per chi assume.

Ecco perché nei giorni scorsi pure la Fabi (Federazione autonoma bancari italiani) è intervenuta con una pubblica presa di posizione: serve depenalizzare l’operato dei bancari se si vogliono salvare le aziende calabresi, hanno affermato in sostanza i vertici di Federazione.

«SENZA CREDITO, CRISI DEVASTANTE»

Sulla scorta di queste e molte altre considerazioni, il “numero 2” degli imprenditori reggini ribadisce che, a Reggio e in Calabria, senza adeguate iniezioni di liquidità le dinamiche imprenditoriali potrebbero essere ben più rapide e negativamente incisive: in assenza di massicce aperture di credito a chi fa impresa, «sarà pressoché impossibile resistere a una crisi devastante che potrebbe travolgere e smantellare il mondo imprenditoriale metropolitano», ipotizza Febert. Che vedrebbe bene l’«indicazione di linee-guida ben precise da parte delle Prefetture» e, soprattutto, evidenzia che «è necessario che le autorità competenti comprendano che il mondo imprenditoriale deve fare i conti con una variabile decisiva per la propria sopravvivenza, ovvero il fattore tempo. Senza risposte celeri andremo incontro a una catastrofe sociale», preconizza Giuseppe Febert, con particolare riferimento a sicure pesantissime ricadute occupazionali.

Invece di lavoro ce n’è parecchio, evidentemente, per il commissario governativo per il Coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura, il prefetto Mariapaola Porzio, che peraltro fra poco più di 20 giorni – il 29 giugno –prenderà parte e traccerà le conclusioni del previsto Forum nazionale proprio di Sos Impresa, che per il post-coronavirus ha scelto un tema che dire impegnativo parrebbe perfino riduttivo: “Verso un nuovo movimento antiracket, antiusura e anticorruzione libero, forte ed inclusivo: prospettive e proposte”. Chissà se gli imprenditori, compressi tra esigenza di non abbassare la saracinesca, visite dei “compari” di turno interessati a “mangiarsi” l’azienda, aiuti pubblici tardivi, onere di continuare a dare lavoro e a pagare stipendi ai propri dipendenti avranno tempo e voglia d’alimentare questo movimentismo 4.0: qualche soluzione inedita, tuttavia, potrebbe fare capolino proprio da lì.

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