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“Impulsivo e pericoloso”, ecco perché l’autore della sparatoria di Vibo deve restare in carcere

di Mimmo Famularo – Si è avvalso della facoltà di non rispondere ma ha reso dichiarazioni spontanee fornendo agli inquirenti la sua versione dei fatti Francesco Barbieri, il ventenne di Pannaconi accusato del tentato omicidio di Domenico Catania avvenuto tra sabato e domenica notte in piazza Morelli a Vibo. Si è dichiarato dispiaciuto, si è difeso dicendo che il colpo di pistola è partito per sbaglio, ha sottolineato di non voler uccidere riconducendo tutto a un “disguido” sorto a seguito di una lite sfociata poi in un’accesa colluttazione con la vittima la quale, non demordendo dall’azione, continuava a spingerlo. In estrema sintesi: ha agito per difendersi temendo per la propria incolumità. Questa la linea difensiva di Barbieri, assistito dall’avvocato Giuseppe Bagnato. Una tesi che, tuttavia, non ha retto al vaglio del gip del Tribunale di Vibo Valentia che ha convalidato il fermo applicando nei confronti del ventenne la custodia cautelare in carcere.

Il pericolo di fuga

Nelle sette pagine dell’ordinanza il giudice spiega i motivi del provvedimento. Il pericolo di fuga dell’indagato sollevato dagli inquirenti nel decreto di fermo sussiste e per il gip è “ravvisabile la ragionevole probabilità (non la semplice possibilità, da una parte, e neppure la certezza o la quasi certezza, dall’altra) che l’inquisito, ove non si intervenisse farebbe perdere le proprie tracce”. Francesco Barbieri, subito dopo aver sparato e ferito Catania, si è allontanato dal luogo del delitto facendo perdere le proprie tracce, abbandonando l’auto con chiave di accensione inserita, patente di guida e telefono cellulare all’interno. I carabinieri hanno provato a rintracciarlo a casa ma per 48 ore si è reso irreperibile, costituendosi lunedì sera accompagnato dal suo legale di fiducia. Il fatto che l’indagato si sia consegnato di sua spontanea volontà ai carabinieri è per il gip “del tutto irrilevante”.

“Elevatissimo grado di impulsività aggressiva”

Quanto alla richiesta di misura cautelare (il carcere piuttosto che i domiciliari), per il giudice la versione fornita dall’indagato volta ad escludere la volontà omicida “appare del tutto contrastante ed incompatibile con la dinamica delittuosa rassegnata dai filmati in atti”, ovvero le immagini delle telecamere di videosorveglianza che hanno immortalato la lite e la sparatoria. La micidialità dell’arma utilizzata, la zona del corpo della vittima attinta dal colpo, la distanza (quasi inesistente) tra i due soggetti al momento dello sparo – a giudizio del gip – mettono in evidenza che l’indagato “non intendesse solo difendersi dall’aggressione subita e che il colpo di pistola non sia partito accidentalmente”. Sussistono quindi le esigenze cautelari per le “allarmanti modalità di commissione del fatto”, per “un elevatissimo grado di impulsività aggressiva” e per “un’indole scarsamente raziocinante” dell’indagato “incline – scrive il gip – ad adottare siffatti atteggiamenti criminosi come personale metodo risolutivo della comune e quotidiana conflittualità”. C’è dunque la possibilità di una reiterazione di analoghi comportamenti. “Non può essere obliterata – si legge nell’ordinanza – la circostanza che l’indagato, ventenne, in un ‘ordinario sabato sera trascorso al bar con gli amici si è premunito di un’arma da fuoco, custodendola nel giubbino come un ‘normale’ effetto personale”.

Il rischio di inquinare lo sviluppo delle indagini

La fuga e l’irreperibilità indicano, poi, il concreto e attuale pericolo di fuga mentre il mancato ritrovamento dell’arma del delitto e le omesse indicazioni dell’indagato sul punto determinerebbero “un rischio per la genuinità dell’ulteriore sviluppo investigativo”. No agli arresti domiciliari, si al carcere: per “esigenze di tutela sociale” ma anche per assenza di “credito fiduciario” per un “elevato livello di indifferenza rispetto ai canoni di civile e pacifica convivenza da far ritenere l’indagato assolutamente privo di quelle doti di autocontrollo costituenti il presupposto della spontanea adesione agli ordini dell’autorità, oltre che il nucleo essenziale della misura domiciliare”.

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