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(IN) FELICE DOMENICA | La condanna di Lucano e quella rivoluzione gentile ancora lontana dalla Calabria

Mimmo Lucano

di Felice Foresta – La tentazione di parlare, a mente fredda, della condanna di Mimmo Lucano è forte. Non lo farò. Per rispetto dell’uomo di cui, in questi giorni, i media hanno masticato anche i battiti delle ciglia. E per rispetto di una sentenza che non conosco. Anche se, di primo acchito, appare ancestralmente distante dal principio costituzionale della funzione rieducativa della pena. Non fosse altro per una valutazione che, in termini di dosimetria, si mostra, al colto e all’inclita, assai difficile da compiersi. Specie ove la si rapporti ad altri reati di estremo disvalore, umano e sociale.

Innegabilmente forte, è, pure, l’invito a discettare della odierna consultazione elettorale in Calabria. Non lo farò. Per rispetto dei calabresi. Dei loro dubbi, e delle loro paure. Delle loro speranze dimesse, e delle loro responsabilità dismesse. Una certezza, io temo, purtroppo, albeggerà anche domani. La nostra terra non ha ancora l’humus per accogliere nel suo ventre una rivoluzione gentile. Quella che le possa, davvero, far cambiare volto. E, prima ancora, l’anima. Per correggere la fortuna di una periferia, devi viverla. E non da candidato. Per conoscere un territorio, devi averci respirato l’afrore della necessità. Non, però, durante la sagra di mezz’agosto. Per capire di cosa abbia bisogno la sanità calabrese, devi andare in un presidio ospedaliero di frontiera. Non contare quanti voti puoi raccattarci.

Non mi faccio ammaliare da argomenti così tanto vivisezionati senza cautela, come il dramma – perché ogni condanna è un dramma della società e per la società – di Lucano, da convertirsi essi stessi in un presofferto. Oppure così macerati, da statisti, politologi e consiglieri in pectore, come le elezioni regionali, da sembrare già obsoleti.

Mi fermo prima. E l’occasione me la fornisce un tipo. Non, però, quello che incroci per caso in strada, all’angolo di un bar o in fila al supermercato. Sebbene quello che, purtroppo, troneggia sempre più frequentemente nel lessico quotidiano di giovani, e meno giovani. Non è l’impronta che si vuol affidare ad un discorso. Non è neppure un modello, come la provenienza greca τύπος indurrebbe a credere. Tipo è ormai l’incipit, il cuore e l’epilogo di un comune dialogo. Un intercalare subdolo, perché non annuncia un concetto. Lo vorrebbe surrogare, e, invece, finisce per soffocarlo. Tipo vorrebbe essere la forma sincopata per accedere a un pensiero. E, invece, lo ottunde. La fretta, quella che alita sulle nostre esistenze, è una megera. E consigli non ne dà. Tipo, forse e in fondo, siamo noi che impoveriamo il nostro linguaggio perché preferiamo quello intuitivo del web; siamo noi che, a onta di festival e kermesse letterari, leggiamo poco e, ai books party andiamo solo perché è di moda; siamo noi che discettiamo sulla presunzione di non colpevolezza senza aver letto un rigo della Costituzione; siamo noi che oggi andiamo a votare. Perché, nel solco di Tancredi di gattopardesca memoria, siamo convinti che tutto cambia affinché nulla cambi.

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