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Inchiesta San Francesco Hospital, la Procura insiste: “Tutti gli indagati ai domiciliari”

di Gabriella Passariello

Capi di imputazione sminuiti, gravità dei fatti sottovalutati, descrizione approssimativa dei risultati relativi alle intercettazioni. Non usa mezze parole il sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro Stefania Paparazzo, che ha deciso di proporre appello al Tribunale del Riesame contro l’ordinanza, vergata dal gip Francesca Pizii, con cui il 27 marzo scorso, sono stati disposti gli arresti domiciliari solo nei confronti di due (Giuseppe Bonifacio e Antonio Rotella) dei sedici indagati, tra operatori socio-sanitari, educatori, infermieri professionali e direttore sanitario, coinvolti nell’inchiesta sul San Francesco Hospital. Il 28 maggio prossimo tutti gli indagati a piede libero, Francesco Voci, Antonio Munizza, Anna Iannoccari, Antonio Pupazzo, Rita Cerminara, Concetta Scarfone, Marco Amoroso, il direttore sanitario Maria Teresa Lucia Pontieri, Luca Scardamaglia, Caterina Serratore, Etleva Ramaj, (assistiti dai legali Nicola Tavano, Armando Veneto, Clara Vento, Giacomo Maletta, Nunzio Raimondi, Stefania Mantelli) si dovranno presentare davanti ai giudici del Riesame. E non solo loro.

Divieto di dimora inadeguato.Dovranno comparire all’udienza a porte chiuse anche gli operatori socio-sanitari Luca Pilato,Marco Roccae Antonino Massara, nei cui confronti il gip ha disposto il divieto di dimora nel Comune di Settingiano. Misura restrittiva questa ultima, ad avviso del magistrato titolare del fascicolo del tutto inadeguata: il divieto di dimora non impedirebbe agli operatori socio-sanitari di lavorare a contatto con anziani ospiti di altre strutture presenti nel territorio nazionale, non potendosi escludere il rischio che gli indagati possano reiterare altrove quelle stesse condotte adottate al San Francesco Hospital e ritenute gravi dal gip. Tra l’altro nulla vieta con un semplice divieto di dimora che Pilato, Rocca e Massara, dipendendo dall’associazione Vivere Insieme, titolare di diverse cliniche presenti nel territorio catanzarese, come la clinica Madonna di Porto di Gimigliano e la clinica San Vito Hospital di San Vito sullo Jonio, possano essere destinatati ad altra sede lavorativa.

Fatti travisati. Il magistrato, titolare del fascicolo, demolisce l’ordinanza del gip, riepilogando i capi di imputazione relativi a ciascun indagato. In relazione all’operatore Francesco Voci, vengono descritte specifiche condotte e i termini utilizzati nei confronti degli anziani sarebbero indicativi dell’astio e del disprezzo provato e tuttavia il gip ne avrebbe sminuito la portata offensiva, in un’ordinanza definita dal magistrato illogica e carente di motivazione. Secondo il pm non si riesce a comprendere come Voci e altri indagati, Scarfone, Munizza, Iannoccari e Pupazzo, si possano astenere dal compiere quegli stessi reati continuando a lavorare al San Francesco Hospital.

Pericolo di inquinamento delle prove. Gli indagati approfittando della loro vicinanza agli anziani potrebbero indurli a sminuire i fatti commessi con grave pregiudizio per l’acquisizione della prova in sede dibattimentale, prove che potrebbero risultare inquinate. Per Rita Cerminara, tra l’altro, il giudice nell’ordinanza impugnata, ha escluso la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, dal momento che sarebbe emersa a suo carico un’unica “ipotesi delittuosa”, tale da escludere il requisito dell’abitualità necessario per potersi configurare un reato di maltrattamento.  Un’erronea conclusione quella a cui, secondo il pm, è pervenuto il gip: “nel caso di specie si è in presenza di un reato di maltrattamenti in concorso, il comportamento dell’educatrice professionale si inserisce in un contesto unitario di maltrattamenti agli anziani ospiti della Rsa, come risulta dall’attività tecnica intercettiva”. Secondo il pubblico ministero “le relazioni reciproche tra gli indagati e la reiterazione delle condotte vessatorie emerse nel corso dell’intercettazione ambientale dimostrano la piena consapevolezza degli stessi indagati di concorrere con la propria condotta ad una più ampia attività di maltrattamento. Ciascun indagato infatti agiva conoscendo il modus operandi dell’altro, uniformandosi a quel comportamento”.

La posizione di Pontieri. Ad avviso della titolare del fascicolo, esaminando l’ordinanza impugnata, si è in presenza non solo di un travisamento dei fatti, ma anche di una lettura frettolosa del capo di imputazione per quanto riguarda Pontieri, a carico della quale il magistrato non ha contestato il non aver impedito il reiterarsi del reato di maltrattamenti posti in essere dagli Oss “e ciò proprio perché non risulta dagli atti di indagine che Pontieri fosse presente o comunque a conoscenza delle condotte poste in essere dagli operatori socio-sanitari. Ma si contesta di aver reso dolorosa e mortificante la permanenza dell’anziano Ettore Cianflone all’interno della struttura, emanando un ordine di servizio, con il quale veniva stabilito che all’anziano dovesse essere applicata la pettorina di contenzione, che la carrozzina dovesse essere legata al corrimano e che dovesse essere posizionato un tavolino davanti al suo sterno” per evitare che potesse muoversi .

“L’errore del gip”.Amoroso secondo la ricostruzione del gip, 27 dicembre 2017, non avendo a disposizione la corda solitamente utilizzata per legare la corrozzina di Cianflone al corrimano, avrebbe suggerito al collega Rotella di utilizzare lo stesso laccio della pettorina per bloccare la sedia a rotelle al corrimano e questo sarebbe avvenuto in presenza dell’anziano e degli altri ospiti presenti nella sala comune. L’indagato si sarebbe limitato ad utilizzare un tono deciso nei confronti del paziente senza aver mai proceduto ad applicare in prima persona la fascia di contenzione. Una ricostruzione, quella operata dal gip, ad avviso del magistrato non corrispondente alla realtà dei fatti: “l’infermiere professionale, dotato di specifiche competenze, avrebbe suggerito all’operatore socio- sanitario di legare Cianflone al corrimano con lo stesso laccio della pettorina, non solo rischiando di esporre a serio pericolo l’anziano nel caso in cui fosse stato necessario slegare con urgenza la pettorina per consentire all’ospite di potersi alzare dalla sedia a rotelle, ma anche umiliandolo, visto che compiva ogni gesto possibile per liberarsi dalla stessa, per come risulta dalle intercettazioni ambientali. Tale condotta- scrive il pm nell’atto di appello- oltre che lesiva per Cianflone, appare idonea a suscitare uno stato di soggezione nei confronti di tutti gli altri anziani presenti nella sala comune i quali rimangono costretti ad assistere impotenti a tali vessazioni. Davvero non si comprende sulla base di quali elementi il gip abbia ritenuto che Amoroso abbia tenuto un contegno pacato e amichevole ispirato dal tentativo di tranquillizzare gli anziani ospiti in momenti di agitazione e nervosismo, atteso che un tale contegno non risulta dalla lettura degli atti di indagine”.  Il gip ha negato i domiciliari ad Amoroso, perché ha ritenuto insussistenti i gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato di maltrattamenti: non risulterebbe provato che lo stesso fosse presente o che comunque fosse a conoscenza dei maltrattamenti posti in essere dagli operatori sociosanitari. E alla stessa conclusione il gip è pervenuto per gli infermieri professionali Luca Scardamaglia, Caterina Serratore e Etleva Ramaj, trascurando però un dettaglio. La Procura contesta agli infermieri “il non aver adottato tutte le misure idonee ad impedire che Cianflone continuasse a subire l’applicazione della pettorina di contenzione, nonostante lo stesso manifestasse il desiderio di essere lasciato libero e soprattutto in assenza di documentati motivi clinici o di sicurezza per l’anziano che ne rendessero necessaria la sua applicazione”. Gli infermieri, quindi, avrebbero concorso con il direttore sanitario a porre in essere il sequestro di persona e il reato di maltrattamenti”, reati escluso dal gip sulla base di “una lettura frettolosa degli atti”.

Redazione Calabria 7

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