Calabria7

Intervista a Stefano Potortì, imprenditore catanzarese a Londra

Un catanzarese a Londra. E ne ha fatta di strada da quando, appena arrivato negli UK nel 2003 come manager nel settore ristorativo, ha aperto la sua prima azienda. Era il 2009.  Da allora le società che dirige sono diventate tre:  la Sagitter Training, leader europeo nei progetti Erasmus e nell’alternanza scuola-lavoro all’estero per istituti ed atenei italiani… «In pratica diamo una mano alle nuove generazioni a costruire il loro futuro» dice; la Sagitter Estate che si occupa di compravendita immobiliare a Londra e, la Sagitter One che s’interessa di promuovere nel Regno Unito i prodotti agroalimentari italiani. Per non farsi mancare nulla, poi, dal 2005 collabora con la Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito, di cui è diventato vicepresidente cinque anni fa. Lui è Stefano Potortì, una vera forza della natura. Un imprenditore come pochi che per avere successo ha dovuto (e voluto) andarsene. A Calabria 7 la sua esperienza di  calabrese all’estero.

Che ricordi hai di quella che era la “tua” Calabria? «Un bellissimo ricordo fatto di rapporti umani veri ed autentici e la possibilità di vivere un territorio unico che combina mare e montagna, in poco meno di un’ora di macchina. Rapporti ancora ad oggi vivi e che hanno fatto parte in maniera importante del mio percorso di crescita».

Com’è essere un calabrese che vive a Londra? «Londra è una città internazionale come ce ne sono poche al mondo; farne parte significa integrarsi in una realtà che ti porta a definirti londinese ed a sfumare inevitabilmente alcuni degli elementi di vita che avevi prima di arrivare qui. Non vuol dire assolutamente rinnegare il percorso fatto fino al mio arrivo ma piuttosto farlo evolvere. L’Italia rimane il paese più bello del mondo (e la Calabria una terra splendida) ma non bisogna farsi prendere dalla nostalgia del Bel Paese. La vita quotidiana a Londra offre opportunità e stimoli unici al mondo che consentono di esplorare culture diverse pur non perdendo il contatto con l’Italia».

Perché hai scelto di vivere all’estero? Cos’ha l’Italia che non va, secondo te? «Quando sono partito nel 2003 in realtà non avevo deciso di vivere stabilmente all’estero: volevo solo imparare l’inglese e poi rientrare in Italia. Una volta arrivato a Londra ho scoperto un mondo che non conoscevo fatto di opportunità, che a volte potevano sembrare ostacoli e, di lì ho iniziato un percorso, prima da manager poi da imprenditore, che ancora continua. La differenza principale con l’Italia è che questo paese ha tre elementi importantissimi per chi fa impresa: una tassazione bassa (20%), pochissima burocrazia (si apre l’equivalente di una srl in un giorno ed online) e la certezza del diritto. Inoltre, qui ti insegnano che fallire o sbagliare fa parte del percorso imprenditoriale e che dopo ogni caduta ci si rialza e si riparte senza problemi. Nel Regno Unito in pochi anni sono riuscito ad aprire tre compagnie in tre settori diversi. Sarebbe stato difficile realizzare tutto questo in Italia».

E la Calabria? Cos’ha che non va la Calabria? «È troppo facile fare commenti negativi o scendere in banali considerazioni su situazioni che sono decisamente complesse ed hanno radici che si perdono nel passato. La Calabria fa parte del sistema paese Italia e sconta l’essere componente di un sistema che non riesce ad adeguarsi al cambiamento esponenziale che il mondo ha avuto negli ultimi anni, in cui la tecnologia e la globalizzazione hanno svolto un ruolo di primaria importanza. Tanta burocrazia ed una visione miope di breve periodo che non riesce a programmare attività che guardino a dove il paese ed il mondo sarà tra 15 anni non aiutano lo sviluppo. Ci sono ovviamente delle mosche bianche, purtroppo ancora poche rispetto alle necessità».

Qual è la ricetta per una “Calabria migliore”? «Usare aggettivi come migliore o peggiore riporta sempre a valutazioni troppo personali. Il mondo è cambiato molto negli ultimi anni e, lo si voglia o no, bisogna adattarsi al cambiamento. La Calabria ha un patrimonio agroalimentare e territoriale di eccellenza ed unico e probabilmente avrebbe senso concentrarsi su questi elementi per poterli organizzare, gestire e promuove al meglio a livello internazionale. Inoltre, è fondamentale puntare sulle nuove generazioni formandole adeguatamente sulle sfide future, magari facendogli vivere brevi esperienze all’estero per potere entrare in contatto con realtà diverse. Inutile dire che il tutto deve rientrare in una programmazione istituzionale di medio termine. È  fondamentale che ci sia una sinergia tra pubblico e privato, per raggiungere obiettivi concreti magari attingendo all’esperienza dei calabresi all’estero che rappresentano una risorsa sottoutilizzata al momento da parte delle istituzioni».

Antonia Opipari

© Riproduzione riservata.

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