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Jonny, il pentito svela il “sistema” di Sacco e don Scordio: “Così il 10% finiva ai clan”

di Mimmo Famularo – Il nuovo “oro” della ‘ndrangheta? Le fatture false per giustificare anche operazioni inesistenti. E’ il sistema che le organizzazioni criminali utilizzano attraverso i loro broker per “lavare” i soldi sporchi. La sovrafatturazione è merce molto ricercata per i benefici che può determinare per gli imprenditori “collusi” e per le aziende funzionali alla ‘ndrangheta. Domenico Mercurio, 51 anni, originario di Isola Capo Rizzuto ma da anni residente in Veneto, era considerato dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro il broker della cosca Arena a Verona. Proprio a lui sarebbe stato demandato il compito di “lavare” i soldi provento delle attività illecite. L’imperfetto è utilizzato non a caso perché oggi Domenico Mercurio è un collaboratore di giustizia e il verbale riassuntivo con le sue dichiarazioni rese lo scorso 14 maggio al sostituto procuratore Domenico Guarascio è stato depositato nel processo d’appello “Jonny”, l’inchiesta che ha svelato le presunte infiltrazioni degli Arena nel Centro di accoglienza per migranti di Isola Capo Rizzuto. “Io ho sempre operato nella zona del veronese – ha spiegato Mercurio che ha iniziato a collaborare con la Dda di Venezia nell’agosto del 2020 – apprestando false fatture per grossi gruppi imprenditoriali. Compravo il denaro anche dalla famiglia Giardino di Isola residente a Verona, legata alle famiglie Grande Aracri, Arena e Nicoscia, in particolare i Giardino di Verona sono legati a Pasquale Arena detto ‘Nasca’. Fatturavo all’incirca 250mila euro al mese, ricevendone in cambio, dagli imprenditori che fruiscono della fatturazione, il 35 per cento iva compresa”.

I cugini Poerio e i subappalti

Imputato in due procedimenti denominati “Taurus” e “Isola Scaligera” con accuse di associazione mafiosa, riciclaggio e intestazione fittizia di beni, il neo collaboratore di giustizia è stato coinvolto anche l’operazione “Jonny” e la Dda di Catanzaro lo ha sentito per approfondire i suoi rapporti con uno dei principali imputati del processo che si sta celebrando dinnanzi alla Corte d’Appello, Antonio Poerio, 50 anni, detto “pecora zoppa”, condannato a 20 anni di reclusione con rito abbreviato nel primo grado di giudizio. “Lo conosco da circa 45 anni – spiega il pentito – ossia sin da bambino. So che insieme al cugino Fernando Poerio (19 anni e 4 mesi in primo grado n.d.r.) hanno inizialmente installato una pizzeria a Isola Capo Rizzuto (…). Io sono andato via da Isola Capo Rizzuto all’età di 14 anni ma tornavo tutte le estati. Da circa 20 anni so che Antonio Poerio e Fernando Poerio si sono messi in società con un certo Muraca”. Il Muraca in questione è Angelo, condannato a 16 anni e 8 mesi in primo grado. “Sempre insieme a Muraca, Poerio Antonio e Fernando – sostiene Mercurio – si sono aggiudicati gli appalti delle mense scolastiche nel comune di Isola Capo Rizzuto”. Lo stesso Antonio Poerio gli disse che tutto ciò era stato possibile grazie “all’intervento di Leonardo Sacco e di don Edoardo Scordio che avevano rapporti con gli esponenti del Comune di Isola Capo Rizzuto”. Secondo quanto raccontato dal pentito agli inquirenti, i Poerio e Muraca si sono aggiudicati anche la fornitura dei pasti al Cara di Isola Capo Rizzuto. “In verità gli appalti – precisa – se li aggiudicava la Misericordia di Isola Capo Rizzuto e loro subentravano come subappalto. Così mi diceva Antonio Poerio, nel senso che, per quanto mi spiegava, era la Misericordia ad avere la gestione del campo e poi la Misericordia affidava, alle società di Antonio e Fernando Poerio e Muraca, la fornitura dei pasti”. E qui entra in scena la ‘ndrangheta e gli appetiti delle famiglie di Isola Capo Rizzuto.

Il sistema della “sovrafatturazione”

Mercurio svela quindi il “sistema” che sarebbe stato adottato da Leonardo Sacco (condannato a 17 anni in primo grado) e don Edoardo Scordio (14 anni e 6 mesi nel primo processo) “per far fuoriuscire denaro inerente questi appalti e consegnarlo agli esponenti delle famiglie Arena e Nicoscia”. In particolare – secondo quanto raccontato al pentito dallo stesso Antonio Poerio quest’ultimo – insieme al cugino Fernando e a Muraca – consegnava il dieci percento dell’intero subappalto a Sacco indicato “in società con don Edoardo Scordio”. Gli Arena e i Nicoscia invece avrebbero indicato degli ulteriori subfornitori presso i quali l’azienda dei Poerio doveva rifornirsi per preparare i pasti: “Si utilizzava – rivela – un sistema di sovrafatturazione del 10% tra quanto pattuito verbalmente e quanto contrattualizzato tra l’azienda dei Poerio e di Muraca ed i subfornitori. Con i successivi prelievi e/o dazioni in contante, da parte dei subfornitori, cadenzati in mondo da non creare sospetto, si restituiva il 10 per cento ai Poerio ed ai Muraca e questi poi lo destinavano ai rappresentanti delle famiglie Arena e Nicoscia”. Un sistema che sarebbe stato ideato dallo stesso Sacco e da don Edoardo Scordio, indicati come “soci in affari”. “Anche il 10 per cento che i Poerio e Muraca destinavano, in prima battuta, a Sacco e a Scordio, veniva fuori da queste sovrafatturazioni. Considerate, infatti, che rispetto, a un rapporto commerciale – spiega Mercurio – spesso si fatturano anche le cosiddette ‘varianti’ ossia ordinativi che magari non sono stati precedentemente contrattualizzati. Con queste varianti si faceva fuoriuscire il contante, in prima battuta, destinati a Sacco e al sacerdote”.

 

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