La battaglia di Jole e la corsa contro il tempo: “Curarsi in Calabria si può”

di Giovanni Bevacqua – Una corsa contro il tempo. Una di quelle in cui anche un solo giro di orologio sembra infinito. Passato a scorrere incessantemente la bacheca di Facebook per tenere la testa impegnata altrove. Per non pensare che dall’altra parte del portone, c’è una parte di te che combatte tra la vita e la morte.

Questa è la storia di Gabriella, una giovane 40enne calabrese, che da 6 anni insegna a Legnano, e sua madre Jole, una “pimpante” signora di 67 anni. Una storia come tante, che tutti vorremmo sentire distante ma che in fondo potrebbe toccare ognuno di noi, in prima persona. Una storia di vita quotidiana, familiare. Fatta di pianti e di sorrisi, di gioie e di dolori, di speranze e delusioni. È la storia di una madre calabrese che scopre improvvisamente di doversela vedere contro il peggiore dei mali. E che, un po’ per impossibilità e un po’ per scelta, decide di affrontare la “sua guerra” qui in Calabria. Perché, bisogna dirlo senza storcere il naso, anche qui in Calabria ci si può curare.
Questa è la storia di Gabriella, una giovane 40enne calabrese, che da 6 anni insegna a Legnano, e sua madre Jole, una “pimpante” signora di 67 anni. Una storia come tante, che tutti vorremmo sentire distante ma che in fondo potrebbe toccare ognuno di noi, in prima persona. Una storia di vita quotidiana, familiare. Fatta di pianti e di sorrisi, di gioie e di dolori, di speranze e delusioni. È la storia di una madre calabrese che scopre improvvisamente di doversela vedere contro il peggiore dei mali. E che, un po’ per impossibilità e un po’ per scelta, decide di affrontare la “sua guerra” qui in Calabria. Perché, bisogna dirlo senza storcere il naso, anche qui in Calabria ci si può curare.
Questa è la storia di Jole, prima ancora che di Gabriella. Lei che ha deciso di sfidare il binomio sud-malasanità. Perché – siamo onesti – quando hai a che fare con una malattia, più o meno grave, il primo pensiero di tutti è quello di “scappare” fuori da questa terra.

La “scoperta” al rientro

Per Gabriella è una domenica come le altre. Anzi, porta con sé l’emozione di tornare “a casa”, di ritornare in famiglia per le vacanze. Mai e poi mai avrebbe pensato di andare incontro al suo incubo peggiore. Ma la vita è così e va presa di petto. È domenica 26 luglio. Al suo rientro scopre che sua madre, Jole, è stata ricoverata nell’ospedale di Vibo per una emorragia. La mattina, quando lei era in viaggio, si è sentita male a seguito di una eccessiva perdita di sangue. Dopo gli accertamenti del caso, prima una gastroscopia e subito dopo una rettoscopia, per i medici non ci sono dubbi. Jole ha un tumore al colon da operare in tempi brevissimi. Il cuore di Gabriella si gela per un attimo. Sente il mondo che le crolla addosso. Ma è solo un attimo. Subito dopo sorride, sorride per la mamma. È un secchio di ghiaccio in faccia che ti sveglia in piena notte. Ma ormai sei sveglio e non è più il caso di restare a letto.

La scelta di restare in Calabria

Il primo pensiero è quello di partire immediatamente per Milano e sperare di riuscire a trovare posto al San Raffaele. Gabriella ormai vive a pochi minuti dalla città della Madonnina e sa come da quelle parti siano impeccabili. Ma siamo in piena pandemia. Il Covid ha reso tutto più macchinoso, più lento, più complicato. E inoltre il tumore ha provocato a Jole un blocco intestinale e le è sconsigliato il volo in aereo. Tutti ragionamenti che spingono Gabriella, ma ancora prima sua madre, a “giocarsela in casa”. E così da Vibo si spostano subito a Catanzaro, direzione Policlinico di Germaneto.

L’intervento in tempi record al Policlinico

Il tempo passa e le lancette, pure se ferme, non possono bloccarlo. E così il giorno dopo, Gabriella e Jole arrivano nel capoluogo. C’è paura anche se si prova a nasconderla. Ma quando si presentano al Policlinico hanno subito una buona sensazione. Di fronte a loro trovano il dottore Ruggero che, da prassi in questo periodo, effettua immediatamente il tampone per assicurarsi che in questa storia non ci entrasse a farne parte anche il Covid. Il risultato arriva quasi subito: negativo. E di martedì Jole viene ricoverata e sottoposta subito alla Tac. I risultati non cambiano purtroppo la situazione. Bisogna intervenire d’urgenza. E così, due giorni dopo si entra in sala operatoria. L’intervento non è semplice. Ma del resto, nessun intervento lo è. Bisogna esserne consapevoli. Ma Jole è forte e Gabriella è sempre lì fuori ad aspettarla. Perché, oltre al dolore, deve fare i conti con le distanze a cui il Covid ci sta obbligando. Ma questa è un’altra storia. In sala operatoria con Jole c’è il dottore Michele Ammendola (nella foto). La tratta col sorriso e cerca di rassicurarla per come gli è possibile. È tempo di operare.

La ripresa dopo l’operazione in attesa della chemio

L’attesa fuori dal portone è straziante. Gabriella in quegli attimi sa tutto e niente, ascolta quello che ha intorno ma non distingue i suoni. Fino a quando è finita. Jole ha vinto la sua prima battaglia. Il tumore è stato rimosso. Ma la guerra, lo sa, è ancora lunga. Adesso ha bisogno solo di riposo e dell’affetto dei suoi cari. Affetto che non le manca, nonostante nei 7 giorni successi non può vedere nessuno, se non medici e infermieri. Le restrizioni del Covid obbligano tutti alle distanze, anche quando queste sembrano assurde. Ma per fortuna c’è la tecnologia e la sensibilità di uomini e donne del Policlinico di Germaneto che, come racconta Gabriella “si sono messi completamente a disposizione di mia madre, per aiutarla a vivere al meglio questo momento difficile”. Ed è proprio grazie a medici e infermieri che Jole è riuscita a “vedere” i suoi cari in quei 7 giorni in prognosi riservata. Tra videochiamate e “coccole” del personale medico è riuscita a combattere la sua battaglia e uscirne vincitrice. Al punto da essere definita dagli stessi “una roccia – come ci racconta Gabriella – visto che 4 giorni dopo l’intervento era già in piedi e camminava autonomamente”.
La sua guerra è ancora lunga. A breve dovrà iniziare la chemio e lo farà con la stessa forza e lo stesso sorriso con cui ha superato questa prima battaglia. Ma prima ancora di scrivere il finale della sua storia, ha deciso di portare avanti un’altra battaglia. Quello dei preconcetti e delle congetture, quello di una Calabria simbolo di malasanità. Una terra da cui è meglio scappare. Per Jole non è stato così. E ancora oggi ringrazia di aver scelto di restare. Non solo per la riuscita dell’operazione ma per l’umanità che ha riscoperto tra i suoi conterranei. Quell’umanità di cui troppo spesso ci si dimentica, specie con ci chi sta combattendo una guerra personale contro la propria malattia. Forza Jole.

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