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La mano dei clan nell’attentato incendiario a Vibo: imprenditore di Catanzaro denuncia tentata estorsione

di Mimmo Famularo – Tentativi di estorsione attraverso strani avvicinamenti e minacce più o meno velate. E’ ciò che si nasconde dietro l’attentato incendiario nel cantiere del nuovo ospedale di Vibo, in località “Cocari” dove l’azienda catanzarese “Costruzioni Procopio” sta completando le opere collaterali e propedeutiche alla costruzione del nosocomio. La vigliacca risposta al coraggio di un’impresa i cui titolari hanno prontamente denunciato quanto accaduto giorni prima. Ordinaria amministrazione per chi è abituato a metterci sempre la faccia e a rischiare in prima persona. Straordinaria amministrazione invece in un territorio piegato dalle logiche mafiose dove chi non paga il pizzo fa i salti mortali per lavorare e chi scende a compromessi con la ‘ndrangheta è ancora maggioranza. Un pò per paura e un pò per convenienza come spiegato in aula bunker recentemente dal pentito Andrea Mantella nella sua lunga deposizione nel maxi processo “Rinascita Scott”. Proprio il blitz della Dda di Catanzaro che ha raso al suolo gran parte dei clan vibonesi aveva tarpato le ali alla “vecchia guardia” della ‘ndrangheta e anche alle “nuove leve”. Evidentemente i clan hanno deciso di rialzare la testa dopo aver subito l’offensiva dello Stato e lo hanno fatto mettendo a ferro e a fuoco il cantiere della principale opera ancora incompiuta e in via di realizzazione a Vibo.

Incendio doloso, matrice mafiosa

Non ci sono più dubbi infatti sull’origine dolosa dell’incendio, avvenuto nella notte tra martedì e mercoledì, che ha distrutto due camion e danneggiato seriamente un escavatore. Danni per circa mezzo milione di euro, solo parzialmente coperti dall’assicurazione. “Per cultura aziendale denunciamo sempre – ha spiegato a Calabria7 il direttore tecnico della “Costruzioni Procopio” – perché sappiamo che questo è l’unico modo per arginare un fenomeno vergognoso. Non permettiamo e non permetteremo ad alcuno di venire nella nostra azienda o su un nostro cantiere a chiedere soldi. Sia chiaro: abbiamo denunciato e continueremo a farlo ancora”. Su quanto accaduto la Procura di Vibo è determinata a fare piena luce e ha già informato la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Le indagini vengono seguite dalla Guardia di finanza e se la matrice è indubbiamente dolosa, la mano sarebbe verosimilmente mafiosa. L’ipotesi più battuta è infatti quella dell’intimidazione a scopo estorsivo dopo i vari avvertimenti indirizzati nei mesi precedenti all’incendio.

Il coraggio della denuncia

Lo scenario che si va delineando è abbastanza chiaro: le “nuove leve” stanno evidentemente cercando di riaffermare le logiche criminali perché hanno bisogno disperato di soldi per mantenere chi è in carcere e chi si è dato alla macchia. Un chiaro segnale che rischia però di trasformarsi in un boomerang perché gli imprenditori finiti nel mirino non si sono mai piegati a queste logiche e hanno denunciato. Uno stimolo ulteriore per andare avanti sulla strada della legalità per completare un’opera strategica per lo sviluppo della città. Chi ha deciso di colpire lo ha fatto con spavalderia e arroganza appiccando il fuoco in un’area che doveva essere vigilata anche perché il lavori di realizzazione del nuovo ospedale hanno storicamente sollecitato gli appetiti dei clan come emerso nella maxi inchiesta “Rinascita Scott” e ribadito a più riprese da Andrea Mantella nel corso del suo esame in aula bunker. Ma questa è una storia che si sta riscrivendo nel più grande processo alla ‘ndrangheta in corso di svolgimento a Lamezia Terme.

Mantella svela gli appetiti del clan per il nuovo ospedale di Vibo e le “amicizie” del senatore

 

 

 

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