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La manovra finanziaria del governo Meloni ai raggi X: i pro e i contro, chi guadagna e chi perde

Giorgia Meloni

di Alessandro De Salvo* – Qualsiasi considerazione in merito al disegno di legge di bilancio dello Stato per l’anno 2023 non può prescindere dalla valutazione dell’attuale contesto macroeconomico. Trovandoci, di fatto, in stagflazione (economia stagnante ed inflazione galoppante) la situazione è davvero complicata. L’attuale inflazione, tipica delle fasi stagflattive, è da costi, cioè a determinare l’aumento dei prezzi non è un corrispondente aumento della domanda di beni e servizi, bensì il forte incremento dei costi di approvvigionamento dell’energia e delle materie prime. In tale contesto l’imperativo categorico per ogni governo nazionale è difendere il potere di acquisto dei cittadini per sostenere i consumi e dare fiato alle imprese, ponendo le basi della ripresa economica.

I punti di forza

La maggior parte delle risorse stanziate dal Governo italiano con la manovra, 21 miliardi su un totale di 35, sono destinate a contrastare il caro energia per i primi tre mesi del 2023 e riguardano, nello specifico, la conferma dell’eliminazione degli oneri impropri delle bollette (voci di spesa che incidono per circa il 20% sul costo totale della bolletta) ed un credito d’imposta rafforzato sui costi energetici per il settore commercio e le imprese energivore. Tale misura, pur imponente nella sua consistenza finanziaria, serve solo a dare un po’ di ossigeno per un po’ di tempo. Ci consente di comprendere lo tsunami macroeconomico in atto e di capire che l’entità delle misure realmente necessarie va molto al di là delle capacità di manovra fiscale di qualsiasi Governo. D’altronde gli stessi esponenti governativi italiani hanno testualmente ammesso che la manovra si basa su un approccio prudente e realista.

Detto ciò i restanti 14 miliardi sono destinati a finanziarie alcuni interventi che vanno nella direzione giusta, quella di difendere il potere di acquisto dei cittadini. Tra queste: la riduzione del cuneo fiscale (la differenza tra retribuzione lorda e netta) di 2/3 punti percentuali a seconda dello scaglione di reddito; l’estensione della flat tax fino a 85mila euro; la riduzione dell’iva, dal 10 al 5%, per i prodotti per l’infanzia e l’igiene femminile; l’aumento della soglia Isee da 12mila a 15mila euro per ricevere il bonus sociale bollette; l’aumento dell’assegno unico per le famiglie con 3 o più figli. Degna di nota anche la previsione della detassazione (aliquota 5%) per i premi di produttività fino a € 3mila destinati a ai dipendenti.

I nodi irrisolti

Di contro: manca una misura che sostenga i salari in maniera diretta e incisiva; i meccanismi di indicizzazione delle pensioni appaiono insufficienti; la stretta sul reddito di cittadinanza (prevista per le persone abili al lavoro tra 18 e 59 anni), prescindendo da ogni valutazione politica, toglie risorse in questo momento utili a sostenere i consumi. Rispetto alla situazione da fronteggiare la manovra, comunque suscettibile di modifiche fino ad approvazione e pur non priva di diversi ed apprezzabili spunti positivi, è complessivamente insufficiente. È pur vero che, data l’eccezionalità e la complessità del periodo che stiamo vivendo, a scendere in campo dovrebbe essere la politica monetaria che in eurozona è posta in essere dalla Bce. La netta separazione tra la politica monetaria e quella fiscale non è più sostenibile.

La Bce, potendo espandere illimitatamente il suo bilancio, dovrebbe finanziare direttamente gli Stati a costo zero fino al termine dell’emergenza. Invece l’aumento dei tassi, stabilito dalla stessa banca centrale per contrastare l’aumento dei prezzi, è addirittura controproducente perché produce un incremento dei costi di finanziamento per cittadini e imprese e ciò genera l’effetto di comprimere la domanda aggregata e di far ristagnare ulteriormente l’economia. La verità dei fatti è che l’Europa si rivela ancora una volta impreparata ed inadeguata.

*Scrittore ed economista

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