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La Naca di Catanzaro, dall’antichità ai giorni nostri, raccontata da Rotella

di Danilo Colacino – Se oggi fosse stato un Venerdì Santo normale, senza cioè questo stramaledetto Coronavirus in circolo, Corso Mazzini di Catanzaro adesso starebbe traboccando di gente, colmo fino all’inverosimile per così dire e si sentirebbe in alcune zone vicine al luogo di uscita dei portatori e dei ‘figuranti’ anche qualche colpo di tamburo o di tromba della banda.

Ma tutto ciò, lo sappiamo, per il 2020 sarà solo un ricordo purtroppo. E allora, seppur virtualmente e senza il trasporto della vera Via Crucis, in quell’atmosfera di profondo misticismo collettivo – che neppure le due guerre mondiali sono riuscite a fermare – proviamo a immergervi noi, consapevoli di come sia solo un racconto, una raccolta di curiosità, e nulla più.

‘Voce narrante’ di calabria7.it, Enzo Rotella della confraternita di San Giovanni Battista, uno dei massimi esperti di tale antichissimo rito cittadino.

Prima curiosità sulla chiesa del Carmine. La chiesa da cui sarebbe dovuta uscire la processione – per poi rientrare a fine percorso – il Carmine. Parrocchia a cui l’onore tocca per rotazione ogni quattro anni, che curiosamente gli abitanti del vecchio rione chiamavano ‘Calmine’ poiché avevano l’abitudine di mettere la elle al posto della erre un po’ come – neanche a dirlo – i cinesi. 

Nella ‘notte dei tempi’. Fino al ‘600 si usciva con la Croce sulle spalle già dal giovedì sera.

Le sette lance. Le sette lance non sono come si pensa dei soldati di scorta ai condannati a morte fra cui Nostro Signore. Si tratta bensì delle spade, o dolori, di Maria Vergine.

Il termine Giudei. Usato prima del Concilio è poi caduto in disuso, anche perché a uccidere Gesù furono materialmente i romani.

La corona di asparago. Chi si offriva di impersonare il Cristo condotto alla crocifissione veniva cinto sul capo da una corona di asparago con le sue spine.

La confraternita del Santissimo e Preziosissimo Sangue di Gesù. Capace di tramandare le originarie tradizioni della Naca, ospitata dal Duomo nel ‘700, fu poi assorbita dal Rosario.

L’influenza spagnola. No, nella circostanza il riferimento non è a uno dei più terribili morbi della storia dell’umanità ma al contrario alle contaminazione della cultura locale con quella iberica appunto in tema di questo rito.

I confratelli con il cappuccio calato sulla testa. Un’usanza, quella del cappuccio sulla testa dei confratelli a seguito della Naca, nel capoluogo è stata ripresa come nel 2016. In origine era dovuta a due motivi: la preghiera da loro effettuata nel nascondimento e il mutuo soccorso garantito, proprio in caso di pestilenza, quando gli toccava dare degna sepoltura – con i conforti religiosi – ai morti a causa del virus.

La Naca fermata soltanto da Ferdinando IV.  Nei secoli scorsi esistevano più Viae Crucis in città – inscenate da Rosario, San Giovanni e Carmine – che però si scontrarono e quindi furono per così dire ‘sospese’ dal re per poi riprendere piano piano sotto il segno della devozione e della sottomissione alla Fede e forse anche alla casata reale. 

Nel Dopoguerra per qualche anno la Naca portata sul camioncino. A quel tempo, il pesantissimo simulacro veniva posto su un camioncino e non portato a spalla perché non si trovava gente disposta a farlo. 

Le divise dell’esercito romano. Fu un’idea balenata al compianto Pasquale Lamanna nel 1971, che poi fu Rotella stesso – diciamo – a implementare con gli scudi dei centurioni romani nel 1982 e a partire da metà anni Ottanta addirittura le corazze. 

La riproposizione della millenaria veste. Dal 2001 la confraternita del San Giovanni ha riproposto gli abiti noti come veste, sacco o colla, con una manica più lunga e una più corta, perché secondo tradizione addirittura millenaria la carità andava fatta nel più assoluto anonimato e senza alcuna ‘pubblicità’ tanto che neppure la mano destra dovesse sapere cosa faceva la sinistra. Senza scordare il cingolo legato ai fianchi a cui nei tempi antichi venivano attaccati ossicini di pollo o pezzetti di ferro per potersi flagellato o battere. 

Consapevoli che niente e nessuno potranno mai sostituire l’attesissima e amatissima Naca, speriamo solo di aver dato qualche informazione utile.

Un auspicio sostenuto anche dagli interessanti racconti proposti dal nostro Enzo, uno dei custodi dei più antichi segreti della Via Crucis catanzarese.

Un rito che, come già scritto stamani, ha luogo anche nel quartiere Gagliano e nelle località del catanzarese di Cropani e Badolato Superiore. 

 

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