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La rabbia sui social di una donna lametina: “Ho il Covid, ma le istituzioni se ne fregano”

“Non avrei mai pensato di fare questo post, ma si è reso necessario: sono positiva, ho il dannato Covid 19”. Inizia così il lungo sfogo pubblicato su Facebook da una donna lametina , risultata positiva nei giorni scorsi. “State inventando storie assurde e mettendo di mezzo persone che non c’entrano nulla. Il Signore ha scelto me evidentemente perché so sopportare meglio questa malattia che vi assicuro non è piacevole e sono felice di sapere me malata piuttosto che una persona fragile sia fisicamente che psicologicamente – afferma – Ho il covid, sì, proprio io che ho fatto battaglie per l’uso delle mascherine, per invitare tutti alla prudenza, io che non sono mai uscita senza mascherina. Il destino ha voluto così e io lo accetto, ma questo deve farvi capire come sia potente il virus e come lo possa prendere anche chi sta attento”.

“Cattiverie gratuite”

“Torniamo a noi – continua – Girano voci sul come mi sarei contagiata, voci assurde. Parole pesanti che mettono di mezzo, la mia parrucchiera che non vedo da un mese. Poi state additando la palestra che frequento come nido di virus, persone meravigliose che si sono subito prodigate per gestire la situazione e sanificare e dai controlli nessuno ha il virus. Ma ancora più grave e siete vergognosi, state attaccando un uomo, il gestore del minimarket vicino casa mia, perché ci sta portando da mangiare. Lo state esortando a non darci aiuto Ma siete esseri umani o animali senza anima? – s’interroga – Il covid passerà, la vostra cattiveria no e auguro a tutti voi di provare la stessa emarginazione sociale”.

Dopo aver ringraziato, su altro fronte, le persone che le sono vicine, entra nei particolari del modo in cui il riscontro della malattia è avvenuto ed è stato gestito: “Mi accorgo di essere calda ho febbre, non immaginavo potesse essere covid, io ipocondriaca che mi lavo con l’amuchina. Chiamo lunedì mattina il mio medico curante e dico i sintomi, e per tutela dei miei familiari e dei colleghi richiedo oltre il certificato di malattia e in concomitanza anche il tampone. Martedì mi chiamano per farlo, devo andare io alla Asp, comunico di avere febbre alta , perdita del senso del gusto e dell’olfatto e affanno, nonostante questo mi fanno andare li. Prendo macchina, parcheggio, faccio un pezzo di strada a piedi con mascherina e faccio tampone in una sala con un livello di igiene discutibile.

“L’inizio dell’incubo”

Mercoledì inizia l’incubo. Mi chiamano per dirmi di essere positiva. Inizio a dare sintomi, e poi i contatti stretti avuti nei giorni precedenti. Immediatamente avviso tutti, i miei genitori, mio marito, mia sorella mia cognata e alcuni amici vengono messi in isolamento verbalmente perché il decreto ufficiale è arrivato solo dopo 24 ore. Comunico il luogo dove lavoro , la mia collega di stanza, che ad oggi ancora nessuno la ha contattata, non ha neanche un decreto che la obbliga a stare dentro. Comunico la palestra dove vado. Espongo chiaramente che sia a lavoro che in palestra seguiamo le norme di distanziamento e usiamo mascherine ecc ma certezza non si può avere. Mia mamma è maestra lascia scuola e torna a casa, mio cognato e poliziotto idem”.

Io da onesta cittadina , da donna che non se ne frega di essere additata come infetta e strega portatrice di malattia, inizio ad avvisare tutti. A lavoro, prendono misure di controllo del personale autonomamente i titolari. Stessa procedura la palestra, si chiudono sanificano, vanno a fare i tamponi, stanno tutti bene. Anche i miei familiari che ad oggi non sanno se sono o meno infetti hanno avvisato i loro contatti diretti che a loro volta si sono fatti il test. Ma ripeto mamma è maestra e a scuola da lei nessuno ha fatto nulla se non il preside che ha disposto la chiusura per un giorno e i genitori che stanno tenendo i figli a casa. Se fossimo stati omertosi per paura delle malelingue? Quanta gente avrebbe rischiato?

“Le istituzioni non fanno il loro dovere”

Ho chiamato per ore tutti i numeri possibili – aggiunge la donna – dalla regione, all’Asp , al dipartimento , il 118 per pregare di venire a fare i tamponi ai miei genitori , papà ha patologie per essere chiari ma nulla. Da marzo dovevamo essere pronti. Anche il comune è stato avvisato ma non ha fatto niente. Intanto i miei vivono in casa, in 4, con mascherina e dormono su divani o poltrone per non stare vicini. Da mercoledì chiamo a raffica gli organi preposti ma non risponde nessuno. Esasperata ho chiamato i carabinieri, gli unici che mi hanno dato retta, hanno contattato l’Asp che guarda caso mi ha contattata per dirmi questo “ è cambiato il DPCM è il tampone lo facciamo al 10 giorno.

Legalmente il 12 Ottobre è variata la procedura ma se chi è in isolamento manifesta sintomi è doveroso verificare. Io sono stata malissimo fisicamente ma ancor più mentalmente per la paura di vedere i miei ammalarsi ho pianto per due giorni senza dormire. Mi sono dannata e mi sto dannando perché è inammissibile che le istituzioni non intervengano subito. Questa storia la racconto perché ci dobbiamo svegliare tutti e pretendere più rispetto reciproco fra cittadini e dobbiamo esigere che le istituzioni facciano il loro dovere. Non continuo a scrivere perché non sto bene e sono stanca, ma ci sarà tempo e modo. Intanto voi aprite gli occhi perché se vi ammalate a breve non ci sarà nessuno per curarvi”.

© Riproduzione riservata.

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