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La solitudine di un testimone di giustizia: “Ho denunciato i clan, ma lo Stato è assente”

di Gabriella Passariello – “Ho denunciato la ‘ndrangheta, ho fatto nome e cognome delle cosche Gallelli e  Procopio-Mongiardo, mi hanno assegnato la scorta personale, ma sono solo. Se lo Stato non ci aiuta, perché altri imprenditori dovrebbero seguire il mio esempio? Chi ha coraggio, stomaco e fegato di ribellarsi alla mafia, se sai che il prezzo da pagare è rimanere senza lavoro, isolato?”. Il testimone di giustizia Andrea Dominijanni, l’imprenditore di Sant’Andrea dello Jonio che ha fatto nomi e cognomi di boss e gregari della famiglia Gallelli, facendo scattare nel 2015 l’operazione della Dda di Catanzaro “Scheria”, spezzando il giogo dei suoi aguzzini che lo avevano costretto a pagare il pizzo per oltre 20 anni, non si è mai pentito della scelta che ha fatto: vivere di onestà, guardare in faccia i propri figli senza più segreti o finzioni, ma le sue dichiarazioni mettono con le spalle al muro, ti costringono a guardarla la realtà, pongono una serie di interrogativi, che fanno riflettere e su cui non può calare il silenzio. “E’ paradossale essere penalizzati dallo Stato perché si denuncia, non vogliamo sussidi, ma lavoro. Lo Stato, gli enti pubblici, dovrebbero prevedere nei bandi una corsia preferenziale per chi, come me, si è ribellato alla ‘ndrangheta. Io sono felice della scelta che ho fatto, ma sto peggio di prima. Perché un altro imprenditore dovrebbe fare come me? Ed è proprio in queste circostanze che lo Stato dovrebbe intervenire incentivando il lavoro, perché uno che denuncia non si sentirà  più solo, saprà di non perdere nulla, non ci si può limitare a garantire la scorta. Come un’ impresa  è obbligata ogni 10 lavoratori ad assumere persone disabili, lo Stato, le istituzioni dovrebbero prevedere come requisito obbligatorio per gli appalti l’accesso ai testimoni di giustizia”.

L’inferno dell’imprenditore Dominijanni

Il calvario di Andrea risale all’82, quando nella sua impresa di costruzioni sono iniziati i primi avvertimenti “sotto traccia, perché loro non si presentano, sei tu che devi capire chi comanda e chi lo fa”. Una volta una bomba al camion, un’altra un furto di legname, un’altra ancora una tanica di benzina,  fatti tutti denunciati “ma non succedeva nulla, a quei tempi nessuno pronunciava la parola ‘ndrangheta, era l’innominata, non se ne sentiva parlare alla tv e non si leggevano sui giornali interviste ai procuratori come avviene oggi”. La ‘ndrangheta si è imposta in maniera incisiva nella sua vita nel ‘97, quando dopo aver costruito il  villaggio turistico Nausica, la criminalità organizzata ha iniziato a danneggiare  alberi, palme, devastando tutti gli appartamenti a pian terreno, distruggendo porte, finestre e sanitari. “Ovviamente non sapevo chi fosse stato, l’ho scoperto dopo,  perché prima fanno i danni e poi si presentano per chiedere protezione. Anche questa volta ho denunciato, ma non è servito a nulla”. Da quel momento ha iniziato a pagare il pizzo, comprensivo delle percentuali sui lavori edili da dare nelle mani dei Gallelli, arrivando nel giro di 20 anni a dare all’incirca 300mila euro. Nel 2011 poi un episodio che lo ha scosso profondamente, il clan ha preso di mira un capannone con tutte le attrezzature da cantiere, in una notte lui e i suoi figli sono rimasti senza mezzi perdendo 400mila euro, “ho visto i miei figli disperati, tanti anni di sacrifici buttati al vento. E poi ho pronunciato la parola basta quando un giorno il boss ha detto che se era in pericolo o qualora non ci fosse stato più, i miei figli si potevano rivolgere ai suoi nipoti. Ho capito che non sarebbe mai finita e mi sono detto finiamola qua, mi rovino io, ma la mia famiglia ne resta fuori.

Le dolorose rivelazioni alla Dda

Il 2014 è l’anno della svolta per Andrea, riesce a liberarsi da quel macigno che per anni lo ha schiacciato. “Mi sentivo da tempo come una pentola a pressione, ma non sapevo dove andare e a chi rivolgermi. Poi sono riuscito a rintracciare alla Camera di commercio lo sportello antiracket, attraverso il quale ho conosciuto l’associazione Libera e poi un ispettore di Polizia. Ho riferito tutto alla Dda, piano piano sono riuscito a ricordare ogni cosa e a liberami, ma è stato un percorso molto difficile e doloroso, perché le cose brutte fanno male e si nascondono sotto il tappeto. Piano piano mi sono venuti in mente anche i dettagli, le date, finanche il vestito e le scarpe sporche di uno di loro, venuto al mare da me per prendersi i soldi. Uno sforzo enorme però, non avevo detto nulla alla mia famiglia per proteggerli, per non farli preoccupare, l’hanno saputo quando televisione e giornali hanno parlato degli arresti, pensavo che non mi avrebbe capito e invece mi è stata vicino.

Sotto scorta dal 2015

Era l’agosto del 2015 quando di fronte alla scelta se andare via o rimanere in Calabria dopo aver riferito tutto alla Dda, ha deciso di restare. “Ho la scorta perché sono stato minacciato di morte. Ma se io ho denunciato, che facciamo la diamo vinta ai delinquenti? Sono loro che devono andare via non io, io voglio stare qui con la mia famiglia”. E da allora vive sotto protezione, quando deve uscire da casa chiama sempre la sua tutela personale, il cui lavoro finisce nel momento in cui entra nella sua abitazione. Ma se la ‘ndrangheta vuole entrare a casa sua, lui e la sua famiglia sono senza “armi”, nessuno è lì a fare da scudo.

La ‘ndrangheta ha affinato le armi

La ‘ndrangheta si è indebolita solo in apparenza, ha affinato le sue strategie: “chiedere il pizzo è una cosa per loro ordinaria, adesso vogliono sostituirsi all’imprenditore, rubare l’azienda, vogliono comandare loro, portano l’imprenditore al punto di non avere più soldi da dare e a prendere il suo posto. Impongono i loro dipendenti”. L’unica strada da percorrere è unire le forze sane perché un’unica “noce nel sacco non fa rumore”. “Bisognerebbe essere più forti come imprenditori, ribellarsi tutti insieme, cambiare mentalità, non cedere alle prime avvisaglie, perché poi non se ne esce più.  A me volevano impormi il guardiano ma non l’ho mai permesso. Io ho pagato è vero, ma loro dovevano stare nel loro posto e io nel mio, altrimenti sapevo che non ne sarei uscito mai più.

“Da soli non si va da nessun parte”

Non è facile denunciare, non dico che ci vuole coraggio, quello te lo danno gli altri e il tuo modo di essere, ma ci vuole stomaco, polso e avere dentro il desiderio di cambiare, non ti fanno cambiare gli altri. Bisognerebbe non essere allettati dal potere. Io ho scelto la mia famiglia. Avevo messo in conto le conseguenze cui sarei andato incontro, ma non ho guardato altro, ho fatto questo perché quando torno a casa voglio guardare in faccia i figli, non avevo detto loro nulla per non farli preoccupare e perché in queste cose meno sai e meglio è. Ma attenzione da soli non si va da nessuna parte, se io non fossi andato allo sportello antiracket della Camera di Commercio e non avessi conosciuto l’associazione Libera, che mi ha messo in contatto con la Polizia non avrei saputo nemmeno con chi parlare: con questo voglio dire che se non chiedi aiuto non si muove nulla.

© Riproduzione riservata.

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