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La storia intrecciata dell’esemplare politico in via di estinzione e degli aperitivi con Occhiuto

di Danilo Colacino – C’è uno strano ‘esemplare politico’ che rischia l’estinzione, in Calabria e non solo, anche se la situazione in cui versa nel capoluogo di regione è ai limiti del paradossale. Si tratta del Partito Democratico che, a due anni di distanza dalla cocente sconfitta rimediata alle Amministrative, si è completamente sfaldato, consegnandosi nelle mani dei rivali. Un resa incondizionata, insomma. Ma c’è di più: se le due corazzate porta-voti del fronte Democrat, Tonino Scalzo ed Enzo Ciconte, sono passati ‘armi e bagagli’ nelle fila del centrodestra, bisogna interrogarsi su cosa rimanga del Pd locale.

La ‘transumanza’ di Scalzo e Ciconte, nati democratico cristiani, ma per tanto tempo nel campo del centrosinistra prima del clamoroso recente passaggio nello schieramento avversario. L’ultimo clamoroso divorzio registratosi in casa zingarettiana, dopo l’inaspettata rottura di uno Scalzo  improvvisamente scopertosi sovranista e meloniano, è stato quello di Ciconte. Sì, proprio il candidato a sindaco del partito allora – nonostante tutto – ancora saldamente in mano a Matteo Renzi che nel giugno del 2017 cedette suo malgrado il passo a Sergio Abramo. Parliamo comunque di un esponente politico allo stato vicepresidente del consiglio regionale in quota della maggioranza oliveriana o, meglio, di ciò che ne resta.

Le recenti mosse di quest’ultimo. Sul conto dello storico capo dei medici catanzaresi circola pure una certa voce in città. I soliti rumors, stavolta però abbastanza circostanziati, secondo cui nei giorni scorsi avrebbe radunato tutti i fedelissimi (non pochi. Basti pensare alle oltre 12mila preferenze raccolte alle scorse Regionali) per un aperitivo con l’aspirante governatore forzista Mario Occhiuto. Ciconte sarebbe infatti pronto a diventare l’uomo di punta del cosiddetto listino (la lista bloccata del papabile governatore che quando c’è aria di vittoria fa gola a tanti, di solito soprattutto ai più incerti sui consensi racimolabili) assieme al noto avvocato Pino Pitaro, da mesi scalpitante candidato a sostegno appunto del sindaco di Cosenza.

Alla luce di quanto detto, cosa resta allora del Pd e più in generale del centrosinistra catanzarese? Nulla o quasi, verrebbe da esclamare. Ed è facile intuirne il perché, perfino per i distratti osservatori di queste vicende. In particolare, ad esempio, se anche il leader di Fare per Catanzaro Sergio Costanzo dovesse tornare, come sembra da una serie di pesanti indizi, alla casa madre: un centrodestra che potrebbe essere quello di Fratelli d’Italia o della Lega, chissà. Motivo per cui, si può asserire senza tema di smentita come della grande armata (nelle previsioni una viribus unitis in grado di sbaragliare il campo) non restino altro che macerie. Uno scenario assai diverso, quindi, rispetto all’avvenire fulgido e prospero che molti gli pronosticavano dopo una schiacciante vittoria al primo turno contro l’inossidabile Sergio. Un panorama in cui, senza candidati di spessore, dirigenti, consiglieri comunali (il capogruppo Lorenzo Costa è persona di fiducia di Scalzo, che difficilmente non seguirà), il fronte Democrat vive una sorta di ‘notte dei morti viventi’.

Le verosimili cause di una rottura prolungata nel Pd dagli sviluppi imprevedibili, anche in relazione ai futuri movimenti nazionali. La causa di tale spirale negativa è frutto dell’impressionante catena d’errori commessi dai maggiorenti dello schieramento cicontiano nel 2017. Sbagli forse addebitabili ad arroganza e supponenza. Sarebbe infatti stato sufficiente che i Democrat avessero puntato sul prof Nicola Fiorita, ideatore e uomo faro di Cambiavento, superando così vecchi rancori, inutili personalismi, gelosie e soprattutto la logica dei veti incrociati, per non dare all’attuale primo cittadino le sembianze dell’immarcescibile Abramo. E invece, niente. Le solite divisioni delle forze di centro e di sinistra hanno fornito un formidabile assist ai due strateghi della vittoria dell’attuale maggioranza in Comune, Mimmo Tallini e Sergio Dragone, capaci di strutturare un successo su cui nessuno avrebbe scommesso un euro. Comunque sia i superstiti piddini confidano adesso in un ‘voto di opinione’, fra quattro giorni, un dato che possa consentirgli di ripartite con idee e uomini nuovi.

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