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La “svolta borghese” di Pd e M5s spacca la sinistra, dubbi e ombre sulla top manager Ventura

di Mimmo Famularo – E’ pugliese di Bisceglie. Come il ministro Boccia che si dice l’abbia fortemente voluta e proposta ai tavoli romani. Imposta da Letta, Conte e Speranza per superare le faide interne al Partito democratico calabrese e arrivare a un sintesi con il Movimento Cinquestelle per un candidato unico. Alla fine la montagna ha partorito il topolino: Maria Antonietta Ventura. E chi è? Si sono chiesti in molti subito dopo l’imprimatur arrivato da Roma. Conosciuta nei salotti “radical-chic” ma sconosciuta a buona parte dell’elettorato, l’imprenditrice cosentina è la versione 2.0 dell’operazione Pippo Callipo, voluta da Zingaretti e conclusa con una debacle elettorale nella tornata che segnò il trionfo della defunta Jole Santelli. E se il “re del Tonno” non aveva bisogno di presentazioni, la Ventura è un volto poco popolare. Il suo nome doveva unire il centrosinistra ma lo sta già spaccando.

La “mossa” della disperazione

Una “svolta borghese” che non riscuote consensi, alimenta i dubbi, fa crescere le perplessità. E’ una candidatura a perdere. Occhiuto e il centrodestra ringraziano mentre De Magistris spera di approfittare dell’ennesimo autogol del Pd per “pescare” nel serbatoio degli scontenti. Quella di Maria Antonietta Ventura è la mossa della disperazione, non certo una prima scelta. Nasconderlo sarebbe da ipocriti dopo aver bruciato una serie di nomi più autorevoli e accreditati nell’opinione pubblica. Qualcuno, come la direttrice del Corriere della Calabria, Paola Militano, ha detto di no preferendo continuare a impegnarsi dal proprio fronte per il miglioramento di un terra baciata dagli dei ma maledetta dal mal costume di chi ci abita. Altri, come Enzo Ciconte, non piacevano a quella parte del Partito democratico abituato ad anteporre gli interessi personali a quelli della Calabria. Meglio la Ventura, presentata come donna di successo e top manager nel settore delle costruzioni ferroviarie.

I guai giudiziari del fratello

Fino a qualche giorno fa era conosciuta per essere la presidente dell’Unicef e la moglie del sindaco di San Lucido. Spulciando nello stato di famiglia si è scoperto che Maria Antonietta è anche la sorella di Pietro Ventura, che il procuratore Nicola Gratteri e i suoi pm di Catanzaro volevano arrestare nell’inchiesta “Passepartout”, nel frattempo, sfociata in un processo che vede imputati, oltre al fratello della candidata di Pd e M5s, anche l’ex presidente della Regione Calabria Mario Oliverio e l’ex vice presidente Nicola Adamo. Al centro dell’indagine due grandi appalti: il nuovo ospedale e la metro leggera di Cosenza.  Prosciolto dal reato di frode, Pietro Ventura è stato rinviato a giudizio per abuso d’ufficio. La candidata nulla centra con questa vicenda giudiziaria ma fratello e sorella condividono la maggioranza delle quote all’interno dell’impresa di famiglia, la “Francesco Ventura Costruzioni Ferroviarie srl”. Lei è socia al 31%, lui al 38%. Il principale business dell’azienda? Gli appalti pubblici. A scanso di equivoci Maria Antonietta Ventura ha annunciato di essersi dimessa da tutti gli incarichi societari.

Una candidatura divisiva

Sul fronte politico, la base è in subbuglio. Nel Pd ma anche nel Movimento Cinquestelle. La candidatura della Ventura è mal digerita dai giovani democratici, mal vista dell’entourage vicino a Irto (costretto ad alzare bandiera bianca ancor prima di scendere in campo) e dall’ala sinistra del Pd con Jasmine Cristallo che stavolta più che astratta è stata concreta: “Punto di sintesi al ribasso”. Lacerazioni profonde e vecchie logiche di potere le parole usate dalla “sardina” che sperava nella candidatura di Enzo Ciconte. Si sfila anche Sinistra Italiana con il segretario Nicola Fratoianni che ha smentito persino Roberto Speranza, uno degli sponsor della Ventura: “Leu esiste solo in Parlamento”. Ergo: “Speranza rappresenta il suo partito, cioè Articolo1”. Forse neanche questo visto che Arturo Bova e Antonio Lo Schiavo, due dei suoi uomini in Calabria, appoggeranno Luigi De Magistris. Fallito persino il primo obiettivo di Letta e compagni: allargare la coalizione. Magorno e Italia Viva andranno avanti per la loro strada mentre la speranza di convincere Tansi a sedersi al tavolo è una chimera. Soprattutto se quello che devi convincere rischia di litigare anche con se stesso.

 

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