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L’allarme di Gratteri e Nicaso: “Le cricche politico-imprenditoriali non entrino nella ricostruzione”

Gratteri e Nicaso

“La peste nera ha aperto la strada al Rinascimento, segnando la fine del medioevo e l’inizio di una nuova epoca. L’attuale pandemia potrebbe diventare un’occasione per ripensare il mondo e renderlo migliore”. Inizia così l’intervento sull’edizione cartacea odierna del “Corriere della Sera” di Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro, e Antonio Nicaso, scrittore e docente dei fenomeni mafiosi. Nel loro ultimo libro “Ossigeno illegale”, i due spiegano come le mafie approfitteranno dell’emergenza Covid-19 per radicarsi nel territorio italiano.

“Serve maggiore responsabilità politica”

“Sono tante le cose da fare – spiegano – ma serve soprattutto una maggiore responsabilità politica, adeguata alla gravità del momento. Servono uomini di Stato in grado di mettere da parte gli interessi di schieramento per fare posto al senso di responsabilità”.  Ogni ritardo, secondo Gratteri e Nicaso, è come “un dardo al cuore dell’economia, un’economia che già fa fatica a riprendersi. Arriveranno sussidi, ma non bisognerà disperderli in mille rivoli – aggiungono – Dovranno essere investiti per creare sviluppo, benessere e occupazione. Bisognerà, però, tenere alta la guardia, evitando che le solite cricche politico-imprenditoriali, sostenute da clan mafiosi sempre più avidi di ricchezza e di potere, possano mettere le mani sui fondi della ricostruzione, come è stato sempre fatto in passato con la cosiddetta “politica ed economia della catastrofe”.

“Non è più possibile far finta di niente”

“È opportuno riscoprire l’urgenza del fare, affrontando senza esitazioni i temi più spinosi — come la lotta alla corruzione e alla criminalità mafiosa ed economica — proponendo le riforme necessarie per rimettere in piedi un Paese che deve essere necessariamente liberato da quelle ambigue articolazioni di potere dedite alla propria conservazione, pronte a saccheggiare qualsiasi risorsa calpestando ogni cosa, anche la speranza”. Le mafie possono essere combattute solo con un collettivo senso civico: “Purtroppo non scompariranno per lisi, come è successo con le grandi pandemie della storia, che se ne sono andate quasi tutte così come erano venute. Non sono microrganismi patogeni in grado di disintegrarsi. A sradicarle dovremo essere noi. La lotta alle mafie, uno di quei gomitoli di cui si è perso il capo, infatti, è una questione morale, una questione di libertà e di civiltà. Un problema di cui è importante farsi carico. Non è più possibile far finta di niente, soprattutto in Europa”.

“La legalità bisogna viverla come speranza di riscatto”

Gratteri e Nicaso riportano poi la citazione di Edmund Burke, il quale nel lontano 1751 sosteneva che “l’unica cosa necessaria perché il male trionfi è che i buoni non facciano nulla”. I soldi delle mafie infatti “continuano a fare gola a un’economia sempre più asfittica e vorace. Senza il rispettoso riconoscimento di chi, per viltà, connivenza o interesse, continua a legittimarli, i mafiosi non esisterebbero. Così come non esisterebbero le cricche che tramano nell’ombra e che hanno sempre dissipato risorse pubbliche a discapito della collettività e del bene comune. La legalità bisogna viverla, respirarla come speranza di cambiamento e di riscatto”.

Non bastano, però, i “navigatori solitari”: “Serve il contributo di tutti, dell’impegno civile ma, soprattutto, di riforme normative e giudiziarie, adeguate e proporzionate alla gravità dei problemi. Nel XVII secolo, Cesare Beccaria scriveva: «Non c’è peggiore giustizia di quella che arriva in ritardo». In Italia ci sono processi che non finiscono mai. Da anni i codici di procedura penale e civile subiscono continue e quasi inutili riforme. Come se al legislatore fosse utile una giustizia che non funzioni”.

Il focus si concentra, dunque, sul senso dell’etica: “È importante mettere mano alla riforma della giustizia, ma anche a quella dell’istruzione, della sanità, ma soprattutto del lavoro. L’etica deve tornare al centro del sentire comune. Più che insegnata va praticata, testimoniata, trasmessa. Solo con la coerenza è possibile coltivare nei giovani il senso di una responsabilità capace di lottare per una società migliore. C’è bisogno di buoni maestri, a cui bisogna restituire dignità, evitando che i giovani dopo la laurea debbano lasciare il proprio Paese per trovare un lavoro”.

“Solo il coraggio degli onesti può accendere la speranza”

Quello dell’occupazione, a loro parere, è un problema centrale anche nella lotta alle mafie. E per combatterla “bisogna affrancare la gente dalla paura, ma soprattutto dal bisogno. Va, infine, rimossa quella sorta di «psicologia degli assediati» dietro alla quale spesso ci si nasconde. La responsabilità del saccheggio della sanità pubblica, la cementificazione delle coste, il degrado architettonico ed urbanistico dei nostri territori non è sempre e soltanto riconducibile agli altri. A Nord come a Sud. Si può essere orgogliosi delle proprie virtù, solo nella misura in cui è possibile ammettere i propri vizi. Bisogna smetterla, come suggerisce l’antropologo Vito Teti, di partire sempre da ciò che non si è, per valorizzare ciò che ciascuno di noi può fare per cambiare e migliorare le cose. L’esempio lo si può trarre dai contadini che non smettono di seminare la terra, se il maltempo distrugge il loro raccolto. Il cambiamento – concludono – è possibile ma non bisogna mai staccare lo sguardo dalla realtà; una realtà che preoccupa e che deve necessariamente e urgentemente spingere ciascuno di noi ad agire, a fare, ad assumersi le proprie responsabilità. Solo il coraggio degli onesti può accendere la speranza”.

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