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“Latæ sententia” dieci anni dopo: la scomunica del Papa Francesco ai boss e la lotta della Chiesa alla ‘ndrangheta

Di ciò s’è occupata la Conferenza episcopale calabra riunita a Lamezia Terme nel maggio scorso. Due precedenti clamorosi
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Dieci anni fa Papa Francesco durante la sua visita alla diocesi di Cassano allo Ionio pronunciò parole durissime contro la ‘ndrangheta e i suoi affiliati, arrivando a pronunciare la parola “scomunica”. Di ciò s’è occupata la Conferenza episcopale calabra riunita a Lamezia Terme nel maggio scorso. Una posizione non nuova ma sempre efficace.

Due precedenti clamorosi

Due precedenti clamorosi

Ci sono precedenti clamorosi. Ne citiamo due. Uno collegato alla faida di Taurianova la cui genesi scaturì dal fatto che la ‘ndrina del clan Neri non volle stare a degli accordi presi con le altre famiglie di Taurianova: gli Avignone, i Giovinazzo-Zagari e i Viola-Fazzalari che gli si scatenarono contro. Il primo omicidio accadde il 2 luglio 1989 allorché venne ucciso Rocco Neri poiché stava diventando troppo potente e avrebbe offuscato Domenico Giovinazzo. Una faida che ebbe uno svolgimento raccapricciante. Il 2 maggio 1991 toccò a Rocco Zagari, vendicato il giorno dopo con l’uccisione di quattro persone tra cui Giuseppe Grimaldi colpito mentre usciva dal suo negozio di alimentari. Gli fu tagliata la testa e usata come bersaglio delle pistole nella piazza adiacente al negozio. A quella barbarie reagì il parroco del paese, monsignor Francesco Muscari Tomajoli, che fece affiggere un manifesto che recitava: “Non so come raggiungervi… non so chi siete. Lo voglio fare con un pubblico manifesto. Vi grido con tutta la veemenza del mio cuore Sacerdotale: in nome di Dio, fermatevi! Non vogliate spargere sangue; non vogliate più essere seminatori di morte nel nostro paese. (…) Cinque morti ammazzati in modo truce, barbaro, spietato! Una testa staccata dal corpo di un fratello ammazzato e scaraventata in aria a fare da bersaglio. Queste atrocità gridano vendetta al cospetto di Dio! Siate i maledetti da Dio! (…)”.

Il “Venerdì nero” Taurianova e l’arciprete

L’arciprete ne ebbe pure per un cronista che, raccontando, il “Venerdì nero” di Taurianova, fra l’altro, aveva scritto: “L’anziano arciprete, ormai quasi sordo, è fuori, ma, ci avverte qualcuno, in ogni caso perderemmo tempo. Lui ha rinunziato alle prediche dopo tanti funerali di gente morta di mafia”. Mal gliene incolse perché il religioso chiuse il suo manifesto con queste parole: “Anche per te, mafioso della stampa, una mia parola. È meglio morire con un colpo di lupara, anziché con gli scarabocchi di sordida penna. Chi muore ammazzato dalla lupara è sempre vivente. Chi muore ammazzato dalla penna rimane un morto tra vivi. Il suddetto giornalista ha voluto distruggere con un colpo di penna un anziano Parroco che lungo il corso della sua esistenza ha tenuto sempre alta la sua dignità di uomo e di Sacerdote”.

La faida dei boschi e l’appello dei Certosini di Serra

Altro appello (che rimase unico e solo) clamoroso, perché rompeva un millenario silenzio, fu quello che fecero i Certosini di Serra San Bruno, nel dicembre del 1988, per cercare di frenare la faida dei boschi che insanguinava le Serre. Il testo dell’appello fu consegnato dal priore del tempo, padre Gabriele Maria Lorenzi, un ex gesuita approdato nella maturità alla vita monastica, allo scrittore Sharo Gambino che lo fece pubblicare dalla Gazzetta del Sud. Anche in quel caso l’incipit fu struggente: “Uomini della violenza, desistete dallo spargere il sangue fratello. Temete il giudizio di Dio!”. Sembra di sentire Paolo VI che, per salvare la vita di Aldo Moro, scrisse: “Uomini delle Brigate rosse!”.

Ma gli appelli funzionano? La Conferenza Episcopale Italiana ha trattato, in diverse circostanze, il tema della scomunica ai mafiosi senza però mai giungere ad una conclusione definitiva. Certo non sono più i tempi del cardinal Ruffini di Palermo che rispose a Pio XII che gli chiedeva informazioni sul fenomeno mafioso: “Qui va tutto bene. La mafia? È un’invenzione dei comunisti”. Poi sappiano, al netto dei don Abbondio, quanto sangue di religiosi – tra cui don Puglisi – è stato versato per combattere a viso aperto la criminalità organizzata. C’è una tendenza, non sempre rispettata da tutti, di rifiutare come padrini di battesimi e di cresima le persone notoriamente in odore di mafia. In ogni caso dovrebbe valere il principio, anche questo non sempre osservato, che la scomunica per i boss sarebbe di per sé “latæ sententia”, ossia automatica.

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