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Viaggio tra le “incompiute” di Vibo: il porto alla ricerca di un’identità (VIDEO)

L’ultimo vertice sul porto di Vibo Marina, che sostanzialmente non ha fatto emergere alcuna novità rispetto al passato, è però stata l’occasione per riaccendere il dibattito sulla sua polifunzionalità che allo stato è solo sulla carta visto che attualmente non è né carne né pesce ma un ibrido. Tralasciando la questione dei 18 milioni per il restyling delle banchine “Pola”, “Tripoli”, “Papandrea” e Buccarelli”, attualmente fermi in Regione (la vicenda ricorda la mancata comunicazione dell’Iban necessaria alla destinazione di quei fondi), sulla quale si è ampiamente discusso in questi mesi e per il ritardo nell’erogazione dei quali il presidente dell’autorità portuale Andrea Agostinelli non ha nascosto il proprio disappunto, è chiaro che una connotazione definitiva la maggiore infrastruttura marittima del territorio debba averla, a maggior ragione per la presenza di un porto commerciale/industriale come quello di Gioia Tauro e la futura nascita di quello di Lamezia. Se lo scalo vibonese non avrà una propria identità correrà il rischio di essere un vaso di coccio tra due vasi di ferro. E la fine in quel caso è segnata.

Le due anime

Contemperare l’anima turistica a quella commerciale-peschereccia sarebbe l’ideale ma servono investimenti come mai impiegati in precedenza. I 18 milioni ovviamente sono solo un antipasto e servono per la messa in sicurezza e l’adeguamento di alcune aree e per gli interventi finalizzati a scongiurare il fenomeno dell’insabbiamento dei fondali. Confindustria Vibo, nel corso del recente vertice ha avanzato tre proposte: utilizzo dei capannoni dismessi che affacciano sullo specchio d’acqua, adeguamento dei pontili nella zona turistica e miglioramento della rete viaria. La visione degli industriali è chiara: il porto deve avere entrambe le anime: “Da un lato perché ci sono aziende che insistono nella zona di Portosalvo, legate al settore metalmeccanico, che hanno bisogno di questa banchina per poter esportare manufatti anche in Medio Oriente – ha commentato il presidente Rocco Colacchio – dall’altro c’è la parte turistica che bisogna incentivare riqualificando i pontili galleggianti ormai obsoleti”. Si è riparlato addirittura di crocieristica ma questo è un discorso futuribile anche perché servono le banchine apposite e quindi, molti milioni di euro. Ad oggi attraccano in estate solo gli aliscafi per le Eolie, solo che i viaggiatori sono spesso abbandonati a loro stessi: manca un punto informazioni e delle strutture per attendere l’arrivo delle imbarcazioni, e con punti anche di 40 gradi all’ombra può essere molto fastidioso oltre che pericoloso.
Sempre sotto l’aspetto turistico, è da diversi mesi nella fase della conferenza dei Servizi al Comune, il progetto di nautica da diporto presentato dall’imprenditore Franco Cascasi che rivoluzionerebbe l’aspetto anche estetico dell’infrastruttura aprendo nuovi canali di sviluppo con ricadute sul commercio in generale.

I depositi costieri

Resta aperta la questione legata ai depositi costieri: “C’è una questione burocratica in mezzo che non consente di snellire l’iter – ha aggiunto il vertice degli industriali vibonesi – Ovviamente la presenza di strutture simili in una zona turistica non è il massimo ma è altrettanto vero che non sono poche le realtà, in Italia come nel mondo, in cui si contemperano parte industriale e parte turistica. Si potrà ragionare su un’alternativa solo nel momento in cui si potrà fare leva sui fondi del Pnrr”. È, questo, un discorso che prima o poi si imporrà: “Verificheremo in modo corale e intelligente la possibilità di un loro spostamento”, ha detto il sottosegretario per il Sud, Dalila Nesci. E poi resta sempre aperta anche la questione delle accise che la Regione trattiene destinando a Vibo praticamente nulla. Per il sindaco Maria Limardo, che ha la delega al Porto, questo è “aspetto oggetto da sempre di discussioni; noi stiamo verificando cosa si possa fare, tuttavia credo che ci siano degli ostacoli legislativi a monte”.

Un po’ di storia

Ad ogni modo, In attesa che alle parole – che ormai echeggiano da anni – seguano i fatti, facciamo un bel balzo storico all’indietro. È il 5 maggio del 1982 quando il ministro dei Lavori Pubblici, Franco Nicolazzi, appose la firma sul documento che diede parere favorevole al progetto di massima del nuovo piano regolatore portuale redatto dal Comune di Vibo il 4 febbraio 1978, in seguito allo studio realizzato dal tecnico Bisogni, e adeguato il 19 dicembre 1981 sulla base delle osservazioni formulare dal consiglio superiore dei Lavori Pubblici.
Nel documento a firma del titolare del dicastero si faceva riferimento al Regio Decreto del 1887 con il quale il porto di Vibo venne classificato, ai fini del rifugio, nella 1ª Categoria dei porti marittimi nazionali e nella 2ª classe, ai fini commerciali. Nel 1965 era stato approvato, a tutti gli effetti di legge, il Piano regolatore dello scalo predisposto dall’Ufficio del Genio Civile per le Opere Marittime di Napoli, e, come detto, nel ‘78 fu predisposto il piano di massima. Successivamente, attraverso, il Decreto ministeriale del 18 marzo 1982, lo scalo non risultava più ricadere nella categoria “Porti di rifugio”. Questo salto di categoria rappresentava, in sostanza, la “conditio sine qua non” per consentire l’avvio delle opere di riqualificazione e sviluppo.
Progetto che prevedeva l’ampliamento in misura esponenziale delle varie banchine, la destinazione di un porto turistico capace di 500 barche e il collegamento sia con la rete ferroviaria che con la vicina arteria autostradale, come si può notare nella foto in alto.
Per mezzo di esso, lo scalo di Vibo Marina sarebbe diventato un punto di riferimento importante nei traffici del Mediterraneo e non, invece, finire mestamente rilegato a ruolo di comprimario, soprattutto dopo la nascita e lo sviluppo di quello della vicina Gioia Tauro. Il progetto rimase, dunque, solo su carta e col passare degli anni venne accantonato e dimenticato negli archivi del Comune di Vibo Valentia.
Oggi, come visto, si sta tornando a parlare dell’infrastruttura ma è come se mancasse sempre qualcosa. (CONTINUA) (f.p.)

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