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L’editoriale, 50 anni fa Piazza Fontana: strage che solo i giudici di Catanzaro seppero inquadrare

di Danilo Colacino – Cinquant’anni di silenzi, depistaggi, e dell’inaccettabile beffa di una condanna a carico degli ordinovisti padovani Franco Freda e Giovanni Ventura, non più irrogabile per via del “ne bis in idem”, vale a dire il giudizio di assoluzione già cristallizzato dalla Suprema Corte di Cassazione.

Questo, e addirittura molto altro,ha offerto la terribile vicenda della Strage di Piazza Fontana di Milano. Un orrendo delitto plurimo, un barbaro eccidio, perpetrato nell’ambito della cosiddetta Strategia della Tensione, che nei piani eversivi dei golpisti, doveva cambiare il corso della storia italiana attraverso il primo passo della proclamazione dello Stato di Emergenza e della sospensione delle garanzie costituzionali.

Il resto, invece, subito a seguire magari con un ‘governo fantoccio’ o una Giunta militare come sarà in Argentina di lì a poco. Un progetto chiaro, insomma. Far ripiombare il Paese nell’incubo della dittatura. Una svolta autoritaria, preparata e quasi imposta per porre fine alla stagione delle bombe e all’instabilità di una nazione in cui lo stato democratico non sembrava in grado di assicurare le più elementari e ordinarie misure di ssicurezza al popolo amministrato.

Ma, grazie al cielo, non andò così. Affatto. Eppure qualcosa di anomalo è successa. Anzi, più di qualcosa, definibile ‘un buco nero’, una trama oscura, in cui a un certo punto fa la sua comparsa la periferica, e dunque non certo strategica, città di Catanzaro. Già, un capoluogo calabrese in cui con motivazioni in realtà risibili sul piano tecnico il 23 febbraio 1979 – a distanza di circa 10 anni dalla devastante deflagrazione della bomba messa nella Banca dell’Agricoltura – riprenderà il processo.

Ebbene, a riguardo va ricordato come nelle varie trasmissioni commemorative della Strage meneghina un professionista del calibro dell’insigne penalista Guido Calvi – difensore dell’anarchico Pietro Valpreda, alias il ballerino, designato dai burattinai del golpe quale capro espiatorio – ed altri personaggi di alto spessore, esperti o in qualche modo legati a quel dirompente avvenimento, abbiano detto dei giudici e magistrati del capoluogo,  con in testa il presidente Pietro Scuteri (il cui omonimo nipote ha peraltro raccolto la pesante eredità), e almeno un paio di suoi colleghi:

“Si rivelarono tutti giuristi di prim’ordine, capaci di interpretare e applicare il diritto in maniera inflessibile”. 

© Riproduzione riservata.

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