Calabria7

L’EDITORIALE | La crescente sfiducia nella giustizia e la paura della legalità

Direttore Editoriale Calabria 7

di Felice Eugenio Perrone – Ho uno smodato amore per il diritto. Ne ho fatto una ragione di vita e di pensiero. Ogni giorno, con puntuale ostinazione, verso ogni briciola di passione in favore della legalità. Un trasporto sofferto e determinato, ma anche prudente, consapevole che l’ostinata convinzione, più delle bugia, è una pericolosa nemica della verità.
Gioisco e soffro per la legalità, nell’ alternarsi di emozioni che non mi lasciano tregua, schiavo di un sentimento che non appaga mai abbastanza, nonostante (da tempo) consideri l’ideale Campanelliano un’affascinante quanto irraggiungibile chimera.

La giornata dedicata alla legalità non è una ricorrenza banale. Lo sarebbe, al contrario, la mancanza di celebrazione, se non si insegnassero i principi base nelle scuole, nelle famiglie ed in ogni contesto sociale, dallo sport alla politica, dalla sanità all’ economia.
Perché le regole del sociale, come un fiume carsico, scorrono nel quotidiano vivere di ognuno di noi, sia nei macro eventi politico e/o mafiosi, ma anche in presenza di eventi più semplici, che passano da una coda di persone presso uno sportello o nel fare la spesa, accettando le regole dello stato, nel pagare le tasse, non imbrattando i muri e nel riguardo di tutto ciò che ci circonda. Ed in favore di essa si sono immolate una moltitudine di vite umane, in nome di quella sete di giustizia che non trova confini, nemmeno innanzi al rischio della propria vita. Ricordare i nomi delle vittime della strage di Capaci rischierebbe di essere ridondante: oggi qualsiasi circuito mediatico segnerà servizi sull’evento (29esimo anno) cui l’odierna celebrazione è ispirata. Un evento torvo ed inaccettabile, che scuote ancora tutte le coscienze umane dotate di un minimo di buon senso e da sentimenti di giustizia e lealtà. La mente, poi, rimanda a coloro che hanno perso la vita e che non hanno ricevuto lo stesso impatto mediatico, in virtù di incomprensibili ed imponderabili volontà. Dai 38 avvocati uccisi sul campo in Italia, da Lorenzo Alberto Claris Appiani a Giorgio Ambrosoli, da Alberto Musy a Francesca Trombino, sino al martirio – oltre confini – della infinita grandezza di Ebru Timtik morta dopo 238 giorni di sciopero della fame. Lottava per i diritti umani. A costoro fanno eco tutti quegli operatori delle forze di Polizia che hanno sacrificato la propria vita, umili fruitori di un miserevole compenso, decisamente inadeguato alla lodevole opera prestata quotidianamente ed ai rischi connessi. Mirabili esempi di rettitudine, moralità ed onestà intellettuale, da instillare negli uomini del domani.

Oggi, al contrario, il ricordo di Costoro appare infangato e vituperato. Le recenti vicende politico giudiziarie, dal sistema Palamara (per la prima volta gli attacchi alla magistratura giungono dall’interno) al coinvolgimento imbarazzante di alcuni operatori di diritto in vicende giudiziarie (magistrati, addetti alle forze dell’ordine, avvocati), hanno reso fragile l’immaginario collettivo sino a renderlo eccessivamente vulnerabile. A ciò si aggiungano le criticità legate alle facili imputazioni che in Italia culminano nel 50% delle assoluzioni (il 70% in caso di opposizione a decreto penale di condanna) e che nel distorto “pensare comune” appaiono non già come errori giudiziari (per carità, l’uomo è inevitabilmente perfettibile per sua natura) ma come ennesima prova di una diffusa ed incontrollata corruzione del sistema giudiziario. La ragione di tale convincimento, forse, risiede nel sostenere che le vicende patologiche del sistema involgano l’intero complesso giudiziario, pregiudizio maturato e stimolato anche da una infinita serie di “pacchiani” processi mediatici che trasferiscono l’accertamento dei fatti ed i concludenti giudizi dai palazzi giustizia, senza indugio, nei salotti televisivi, nella presunzione assoluta di poter surrogare il faticoso quanto complicato tecnicismo di alcune professioni che impongono decenni di studio ed applicazione. E così le leggi divengono ostaggio della pancia degli elettori, non più come naturale percorso evolutivo del vivere civile, ma come risposta agli appetiti dei forcaioli, normative usate (rectius: abusate) da politici senza scrupoli, attraverso una stucchevole demagogia imperante in ogni dove, sia a destra che a sinistra.

Ma ciò che desta maggiore perplessità è la mancanza di fiducia, progressivamente crescente, nei confronti della giustizia: ogni singolo cittadino ne teme il coinvolgimento sino ad averne paura. Il telefono è diventato uno strumento di sospetto ed ogni conversazione telefonica sinonimo di intercettazione. Il timore, poi, che una captazione equivoca, innanzi ad un sistema erroneamente ritenuto distorto, possa culminare in un’indagine, rende più vulnerabile la reputazione del cittadino, facile preda di una certa stampa ossessiva – affamata di notizie – che demolisce e distrugge qualunque vita umana.
Come nel caso del sig. Selvino Giuseppe, definito dalla stampa nazionale il Tortora dei nostri tempi, arrestato per errore nell’operazione ‘Basso Profilo’, a causa di un marchiano, quanto inaccettabile, errore investigativo: la voce intercettata non era la sua.
Tutto ciò genera paura. E la paura è antitetica alla legalità, che esige fiducia e rispetto.
Ma chi vive la giustizia sa che non è cosi. Ogni giorno si lotta nelle aule di giustizia per l’accertamento della verità. Ogni santo giorno eserciti di magistrati, pubblici ministeri ed avvocati si incrociano – sino allo stremo delle forze – nel difficile compito cui ognuno è istituzionalmente preposto.

Taluni, addirittura da tempo, hanno rinunciato alla propria libertà in favore della missione legalità, vivendo sotto scorta, nel costante pericolo delle codarde vendette. A far da cornice al sistema ordinario della legalità concorrono le gesta di onesti giornalisti, quelli bravi, coloro che scrivono la notizia ponderata e verificata, affrancandola da ogni contaminazione di comodo o da intimi convincimenti politici. Il patologico, invece, è l’antistato, ma per fortuna non investe il tutto. E’ solo una minoranza che va combattuta. Un gruppo minoritario di loschi figuri che ha messo in crisi l’intero sistema. Un apparato corruttivo che va cancellato, senza paura, con l’orgoglio e la lotta dei cittadini onesti in favore della legalità, quale unico presidio del vivere civile, e che faccia da contraltare a quell’antisistema che è lo stato brado. La storia dell’uomo insegna che le anomalie si ripeteranno nel tempo e nessuna analisi sociologica o antropologica potrà smentirlo.
Il tentativo, semmai, sarà quello di contenerlo ai minimi termini, con un’azione corale e capillare che parta dal basso, da ogni singola famiglia, dalla coscienza di ogni singolo uomo, dall’impegno in favore della collettività e delle fasce più fragili. Si chiama tessuto sociale, idea oramai sgualcita e disapplicata, ma che necessita di essere riesumata. Ed in Calabria, soprattutto, abbiamo tanto da ricamare.

 

© Riproduzione riservata.

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