L’ombra del clan degli zingari sulla Metropolitana di Catanzaro e le estorsioni in una clinica

Le dichiarazioni del direttore dei lavori e del capo cantiere e le rivelazioni dei pentiti nelle carte dell'inchiesta della Dda

Un ritardo nella tabella di marcia la costruenda Metropolitana di Catanzaro l’aveva già subito il 20 marzo del 2019 quando andò in fiamme il deposito di traversine di legno situato all’interno del cantiere, dove arrivarono nella immediatezza dei fatti i Vigili del fuoco, la Polizia scientifica e una pattuglia della Squadra mobile. Un incendio di natura dolosa per gli investigatori, considerato il fatto che le fiamme si erano propagate da due punti diversi del deposito e che le telecamere di videosorveglianza ubicate nella zona avevano ripreso il propagarsi delle fiamme subito dopo l’ingresso di sei persone, provenienti da direzione sud verso la catasta di traverse, che transitavano sul tracciato ferroviario dismesso. Ma chi ci sarebbe stato dietro quell’incendio e quale il movente? Le risposte si trovano, sfogliando gli infiniti faldoni dell’inchiesta con cui la Dda di Catanzaro ha sferrato un ennesimo duro colpo al clan degli zingari, in un’informativa della Mobile che riporta le dichiarazioni rilasciate dal direttore del cantiere, e non solo.

L’irruzione dei rom nei cantieri

L’irruzione dei rom nei cantieri

Chiamato a sommarie informazione, il responsabile riferiva di 5mila traversine andate in fiamme, parlando di un una decina di rom che si erano presentati nei cantieri con mezzi furgonati tra cui uno di colore bianco e uno di colore azzurrino e che uno dei capi cantiere sarebbe stato in grado di riconoscerli, facendo riferimento anche a  fatti risalenti al 2018, periodo in cui si erano presentati al cantiere con frequenza giornaliera dei rom che chiedevano di poter prelevare dallo stesso cantiere materiale di scarto, ferro o traversine di legno. Il direttore del cantiere precisò che da quando erano stati predisposti i lavori, oltre al danneggiamento aveva subito alcuni furti regolarmente denunciati.

Il 21 e 22 marzo di quell’anno veniva escusso a sommarie informazioni uno dei capi cantiere, confermando che dall’inizio dei lavori, diversi rom si presentarono per richiedere materiale di scarto e che uno di questi si era recato nel cantiere  la mattina dopo il danneggiamento. Dall’album fotografico che gli venne chiesto di visionare era riuscito a riconoscere cinque rom del clan Bevilacqua e uno di loro era proprio fra quelli che il 21 marzo fece irruzione nel cantiere. “Si è avvicinato per chiedermi materiale da scarto, l’ho invitato a lasciare quell’area, gli ho detto che non gli avrei dato nulla di quanto richiestomi. A queste affermazioni ha cercato con insistenza di poter parlare con me ed io l’ho invitato a lasciare l’area del cantiere. Ricordo che il rom si è allontanato dal cantiere visibilmente arrabbiato, gesticolando animatamente con le mani”, facendo il  nome di Simone Bevilacqua, il cui identikit è stato fornito dal collaboratore di giustizia Santino Mirarchi nel verbale di interrogatorio del 30 giungo 2016.

Le estorsioni in una clinica e le rivalità tra i due gruppi rom

Mirarchi spiegò che è il nipote diretto di Toro Seduto e “che a seguito del suo agguato avvenuto a giugno 2015 aveva preso in ordine di successione il suo posto”. Nel corso delle sue dichiarazioni era emerso che Domenico e Simone Bevilacqua andarono in una clinica nel quartiere Santa Maria di Catanzaro a pretendere denaro con modalità estorsive, tant’è che Simone era poi andato da Mirarchi a riferirgli che c’erano già stati loro, raccomandandolo, di non porre in essere la stessa azione criminosa con il gruppo di cui faceva parte Mirarchi, quello contrapposto a Domenico Bevilacqua, comandato da Cosimino Abbruzzese alias U Tubu. Dichiarazioni dalle quali emergono due dati: le rivalità di due gruppi storici contrapposti all’epoca dei fatti, quello di Cosimino Abbruzzese e Domenico e che dopo l’uccisione di Toro seduto Simone Bevilacqua aveva preso il suo posto nel controllo del territorio. Quest’ultimo aveva chiesto un incontro con Paolo Lentini perché lo autorizzasse ad avere il controllo di alcuni esercizi commerciali a cui imporre il pizzo.

Un passaggio questo confermato anche dalla collaboratrice Annamaria Cerminara che aveva parlato di Simone Bevilacqua nel verbale del 13 settembre 2018, lo stesso Simone a cui Cerminara e l’ex compagno Giovanni Passalacqua hanno battezzato la figlia. “Simone si occupa di furti. A seguito dell’uccisione di Domenico Vecceloque Pereloque, detto zio Mico, voleva andare a Isola da Paolo Lentini per prendere il suo posto ed avere affidato il lavoro di guardiano, prendendo lo spunto dal fatto che abitando nel rione Pistoia aveva notato che erano arrivate le ditte mandate dagli isolani e lui voleva i soldi per farli lavorare in pace a titolo estorsivo. Giovanni Passalacqua e Cosimino Abbruzzese u Tubu non erano d’accordo con Simone Bevilacqua e quando contattarono gli isolani che si recarono a Catanzaro, questi ultimi affidarono a U Tubu il compito di rilevare le attività estorsive prima affidate a zi Mico”. 

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