l'analisi

L’ora più buia della ‘ndrangheta vibonese, la “caddara” non esiste più: tutti i boss condannati

Clan decapitati dalle sentenze di condanna e cupola smantellata dai processi istruiti dalla Dda di Catanzaro. L’autunno nero della malavita di Vibo

C’era un tempo in cui regnava la “caddara”, una sorta di cupola in salsa vibonese, ovvero una sovrastruttura della ‘ndrangheta che decideva le strategie criminali nell’intera provincia. I processi istruiti dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, oltre a decapitare con le sentenze di primo e, in qualche caso, anche di secondo grado i clan attraverso condanne pesantissime inflitte a boss (presunti fino a giudizio definitivo), ha anche smantellato quel grande pentolone che in dialetto vibonese il collaboratore di giustizia Andrea Mantella ha chiamato “caddara”, il direttorio della ‘ndrangheta vibonese con al vertice il capo dei capi Luigi Mancuso e al suo fianco il capo dei sangregoresi Saverio Razionale e il capobastone di Zungri Giuseppe Accorinti: “Un vero e proprio cartello ‘ndranghetistico trasversale – sostiene la Dda di Catanzaro –  rappresentativo delle locali di ‘ndrangheta della provincia di Vibo che assumeva le decisioni più rilevanti, impartendo disposizioni, comminando sanzioni agli altri associati (persino ricorrendo all’omicidio, se necessario), dirimendo contrasti interni ed esterni al sodalizio, soprattutto in relazione ai comuni interessi illeciti, come quelli relativi alla gestione di ingenti somme di denaro, di carichi di armi, di attività economiche”.

La “cupola” scoperchiata e smantellata dalle sentenze di Rinascita Scott

La caddara si è trasformata così in un pentolone attraverso il quale, prove alla mano, il pool antimafia coordinato fino a qualche settimana da Nicola Gratteri e formato dai pm Annamaria Frustaci, Antonio De Bernardo e Andrea Mancuso (ai quali recentemente si è aggiunto Andrea Buzzelli) ha dimostrato nei vari filoni di Rinascita Scott e nel processo appena concluso in primo grado scaturito dall’operazione Petrolmafie, l’unitarietà della ‘ndrangheta vibonese. L’obiettivo principale era questo e l’ufficio di Procura lo ha centrato in pieno: oggi Vibo non è provincia solo geograficamente ma anche sotto il profilo criminale. Una svolta storica nella lotta alla ‘ndrangheta certificata dalle condanne inflitte dal gup e della Corte d’appello di Catanzaro nel filone abbreviato di Rinascita Scott, dal Tribunale collegiale di Vibo Valentia nel troncone principale dello stesso processo di primo grado, dalla Corte d’Assise di Catanzaro in quello relativo agli omicidi e, ancora, da un altro collegio del Tribunale di Vibo nel processo-stralcio ad Accorinti e nel processo, sempre di primo grado, denominato Petrolmafie, di fatti il secondo capitolo di Rinascita Scott.

Le stangate alla ‘ndrangheta vibonese

Le stangate non si contano più sulle dita di una sola mano e tutti i boss (o presunti tali) della provincia di Vibo Valentia rischiano per davvero di non uscire più dal carcere, seppelliti dalle inchieste in serie prodotte della Dda di Catanzaro in un quadriennio di lavoro intenso, unico, senza precedenti nella storia giudiziaria dell’intero distretto. Mai nessuno era riuscito a far condannare (seppur ancora in primo grado) il boss dei boss Luigi Mancuso a 30 anni di reclusione. Grazie alla bravura di suoi avvocati era riuscito a “fuggire” dal filone principale di Rinascita Scott ma la Dda di Catanzaro lo inserito tra gli imputati di Petrolmafie, chiedendo e ottenendo il massimo della pena possibile per “il supremo”. Qualche minuto prima lo stesso collegio giudicante aveva condannato nel processo-stralcio di Rinascita Scott un altro componente della caddara, Giuseppe Accorinti, il boss di Zungri: 30 anni di carcere che nel suo caso si aggiungono all’ergastolo inflitto dalla Corte d’assise di Catanzaro per il duplice omicidio Soriano-Lo Giudice del 1996. Stessa sorte giudiziaria è toccata a Saverio Razionale, il boss di San Gregorio d’Ippona i cui tentacoli – secondo l’accusa – arrivavano nel cuore del Vaticano. Il Tribunale di Vibo lo ha condannato a 30 anni per associazione mafiosa e altri reati, la Corte d’assise di Catanzaro all’ergastolo per duplice omicidio Soriano-Lo Giudice.

L’autunno nero della malavita vibonese

Condanne pesanti che rappresentano l’ora più buia della ‘ndrangheta vibonese suonata nell’autunno nero della malavita che è anche una nuova primavera di legalità per chi sognava la liberazione dai tentacoli della malapianta. Condanne severe che si sommano a quelle inflitte ai vertici del clan Bonavota di Sant’Onofrio che della caddara non faceva ufficialmente parte e che, secondo quanto emerso dalle indagini, si era ribellato all’egemonia dei Mancuso alleandosi con la cosca capeggiata da un altro boss di primo piano: Rocco Anello, condannato a 20 in primo grado nel processo abbreviato di Imponimento, l’altro grande procedimento penale pronto a scrivere un’altra pagina di storia giudiziaria in un dicembre che attende, tra l’altro, l’inaugurazione di un nuovo maxiprocesso (figlio della riunione di Maestrale, Imperium e Olimpo) e di un’altra costola di Rinascita, il terzo capitolo, nome in codice Assocompari. Come dire: non è ancora finita.  

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