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Mantella chiede perdono: “Con le mie parole rendo giustizia alle vittime di ‘ndrangheta”

di Mimmo Famularo – Dall’esame dei pm antimafia al controesame degli avvocati. Prosegue nell’aula bunker di Lamezia Terme la lunga deposizione di Andrea Mantella, il principale teste dell’accusa nel maxi processo “Rinascita Scott”. “Io sono una persona davvero pentita e chiedo perdono a tutte le persone a cui ho fatto del male. Con le mie dichiarazioni posso solo contribuire a rendere giustizia alle vittime della ‘ndrangheta”. Così l’ex boss scissionista, collaboratore di giustizia dal maggio del 2016, risponde a una delle prime domande formulate in aula dall’avvocato Diego Brancia, il primo tra i difensori degli oltre trecento imputati, a dare il via alla lunga serie dei controesami che caratterizzerà quasi tutte le udienze di giugno già calendarizzate. “In carcere – dichiara Mantella – leggevo dei libri e a un certo punto non condividevo più le logiche ‘ndranghestistiche. Io mi definisco moralmente pentito perché mi sono reso conto di aver sbagliato nella mia vita e ho quindi deciso di liberarmi da tutti i fardelli collaborando con la giustizia”. Come dire: prima il pentimento intimo e poi la collaborazione. Un concetto già espresso in precedenza. “Io sono stato un idiota, marinavo la scuola – rimarcato Mantella in un altro passaggio del controesame – per andare dietro ai falsi miti. Mi sono rovinato la vita perché ho perso tanti anni in carcere ma ho capito di aver sbagliato. Mi è sempre piaciuto leggere e studiare, amo la lettura e oggi non mi sento più una persona becera, ignorante, primitiva. Ho una nuova vita, sono un collaboratore di giustizia, voglio vivere da persona per bene perché me lo garantisce una legge della Repubblica Italiana”.

Alle origini del pentimento

L’avvocato Brancia prova a indagare nell’animo di Mantella e chiede se nel saltare il fosso abbia anche inciso l’omicidio del suo amico fraterno Francesco Scrugli: “E’ stato un bene per tutti  – sottolinea – che io mi sia pentito. Fossi uscito dal carcere con la logica ‘ndranghetistica avrei dovuto fare altri omicidi. Scrugli è stato ucciso nel 2012 e io mi sono pentito nel 2016 perciò questo episodio non centra nulla. Sono passati quattro anni tra una cosa e un’altra e io ho continuato a leggere e a formarmi non identificandomi più nelle logiche della ‘ndrangheta. Avessi voluto collaborare nell’immediatezza potevo farlo”. E invece Andrea Mantella è diventato ufficialmente un collaboratore di giustizia proprio a ridosso della fine della pena quando stava per essere scarcerato. A un certo punto si è ritrovato a un bivio: il corridoio per la libertà e quello per la collaborazione. Ha scelto il secondo non per paura o per opportunità fa capire a più riprese ma per “rimorsi personali”. Un pentimento “dettato dai libri letti in carcere” e dalla “necessità” di cambiare vita. “Non calcolai che stavo per uscire. Ho deciso di collaborare”. Punto.

Da killer a boss: l’ascesa di Mantella

Nel corso del controesame l’avvocato Brancia ha sollecitato Mantella su diversi argomenti e, in particolare, il pentito ha ribadito di essere l’esecutore materiale di tre omicidi: “Ho premuto il grilletto per uccidere – specifica – Rosario Tavella, Francesco Callipo e Michele Neri”. I primi due sono ragazzi di 17 anni uccisi quando Mantella era minorenne lungo la strada nella zona del carcere in località Castelluccio alla periferia di Vibo. Secondo quanto riferito dal pentito in sede di esame Tavella e Callipo erano due rapinatori assoldati dal clan Lo Bianco-Barba per compiere un colpo in un bar ricevitoria: “I due fecero quella rapina con Lagrotteria Giovanni – aveva spiegato Mantella – e dopo aver preso i soldi, che poi abbiamo saputo essere 20 milioni di lire, scapparono a bordo di due moto, solo che, anziché portare la moto, le armi ed il bottino al luogo stabilito fecero un’altra strada e non si presentarono”. Per questo motivo furono condannati a morte e a eseguire la sentenza fu chiamato dai “Lo Bianco-Barba” proprio Andrea Mantella. Michele Neri è stato invece ucciso a Vena di Ionadi e ad ammazzarlo sarebbero stati Mantella e suo cugino, Gangitano che avrebbe guidato la moto. Nell’elenco dei cinque omicidi citati dall’avvocato Brancia figura anche quello di Filippo Gangitano e Mario Franzoni: “In questo caso sono solo il mandante” ha precisato Mantella. Il collaboratore di giustizia, sempre sollecitato dalle domande dell’avvocato Brancia, si è soffermato proprio sull’uccisione di Filippo Gangitano, il cui corpo non è mai stato ritrovato. “Si è deciso di uccidere il povero Gangitano – ha dichiarato – perché era gay. i mandanti sono Carmelo Lo Bianco e Enzo Barba che lo ritenevano una persona a rischio perché si sarebbe sentito discriminato all’interno della cosca e poteva quindi pentirsi”. Gangitano era il cugino di Mantella (nipote della mamma) ed era anche “portatore di segreti e misteri” avendo partecipato anche a degli omicidi. La sua omosessualità divenne di dominio pubblico negli ambienti criminali per via di una relazione che Gangitano aveva con un ragazzo di Vibo che “si era portato a casa”. La condanna a morte fu dunque inevitabile nonostante i tentativi di Mantella che avrebbe tentato di persuadere “Filippo Catania e Paolino Lo Bianco ma non ci fu nulla da fare”.

I rapporti con gli altri pentiti

L’avvocato Brancia si è concentrato anche sui rapporti di Mantella con altri tre pentiti: Bartolomeo Arena, Raffaele Moscato e Samuele Lovato. Il primo è stato definito come un “ragazzo sveglio e spigliato” e come “un delinquente che con me non ha mai concorso in alcuna cosa”. Non lo avrebbe frequentato e avrebbe capito chi fosse solo dopo aver letto gli atti della chiusura indagini di “Rinascita Scott” inquadrandolo come il figlio di Antonio Arena, detto “Vartolo”. Moscato è stato invece identificato come “un’azionista dei Piscopisani” che avrebbe visto un paio di volte perché, lui, Andrea Mantella, riconosciuto come un vero e proprio boss, “non si rapportava con le giovani leve”. “Lo vidi nel gennaio del 2010 – ricorda – a casa di Salvatore Tripodi nel giorno in cui si macellava il maiale. Ricordo che veniva nell’agenzia di noleggio-auto a piazza San Leoluca per rifornirsi di stupefacenti da Salvatore Morelli e Francesco Antonio Pardea”. Quanto a Samuele Lovato, chiamato a deporre in “Rinascita Scott” nelle udienze del 3 e del 7 giugno, Mantella lo ha definito quale appartenente al clan Forastefano della Sibaritide precisando di averlo conosciuto nel periodo della sua detenzione nella clinica privata cosentina di Villa Verde. “Veniva dal carcere di Spoleto dove si trovava al 41 bis con la barzelletta della depressione. Lo ho preso a simpatia ed è nata un’amicizia. Ha visto le partecipazioni all’aggiustamento delle copiate, ha visto gli altri affiliati venire in clinica, sapeva tante cose di me ma non ho mai parlato con lui di omicidi. Lo ho anche tutelato mettendogli a posto le cartelle cliniche”. Poi aggiunge: “Lovato ha dichiarato tutta la verità, nulla di falso rispetto a quanto accaduto a Villa Verde, anzi forse non ha ricordato tanti particolari”.

© Riproduzione riservata.

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