Mantella, la protezione del clan Bonavota e la latitanza nelle case di “insospettabili”

Lunga deposizione del pentito nel maxi processo "Rinascita Scott": "Una soffiata salvò la vita al boss Pantaleone Mancuso, alias Scarpuni"

di Mimmo Famularo – Quasi un anno di latitanza a Sant’Onofrio in case nella disponibilità dei Bonavota ma in realtà di proprietà di “insospettabili” cittadini. Andrea Mantella sapeva di essere arrestato e nel marzo del 2005 sparì dalla circolazione poco prima che scattasse l’operazione antimafia denominata “Asterix”. Per sfuggire alla cattura chiese aiuto ai suoi “alleati” del tempo per i quali avrebbe commesso almeno tre omicidi, i Bonavota di Sant’Onofrio, la famiglia di ‘ndrangheta al centro dell’udienza di oggi nel maxi processo “Rinascita Scott”. Il pentito ha parlato prevalentemente di loro nel corso di un’altra lunga deposizione soffermandosi sulle singole figure: dal “capo ‘ndrangheta” Pasquale Bonavota al “capo dell’ala militare” Domenico Bonavota passando per gli altri fratelli Nicola e Salvatore. “Ero ospite a Sant’Onofrio della famiglia Bonavota” ha ribadito in aula. Il giorno si nascondeva in alcune masserie di campagna e di notte nelle abitazioni messe a sua disposizione nella “zona della Morsillara”, frazione di Stefanaconi attaccata a Sant’Onofrio. “Con me i Bonavota nascondevano – ha rivelato – un altro latitante di San Luca, tale Antonio Giorgi, trafficante di droga poi catturato in Belgio”. Mantella non si è mai spostato dal suo territorio. “Sono stato nascosto inizialmente a Vena e andavo a Vibo solo per sbrigare alcune situazioni. Dormivo a Sant’Onofrio perché mi dovevo guardare dalle forze dell’ordine ma anche dagli attacchi della parte avversa che in quel momento storico erano i Cracolici. Nove mesi su dodici li ho trascorsi nelle case di Sant’Onofrio. Su Vibo se stavo un giorno era già troppo”. Mantella è stato catturato nel febbraio del 2006 nella sua azienda di Stefanaconi. Al momento del’irruzione dei carabinieri era in compagnia di altre tre persone.

La “soffiata” che salvò la vita al boss Mancuso

La “soffiata” che salvò la vita al boss Mancuso

Rispondendo alle domande del pm antimafia Andrea Mancuso ha poi spiegato quella che ha definito la “strategia per opporsi al colosso mafioso dei Mancuso”. Diverse famiglie di ‘ndrangheta del Vibonese si stavano organizzando per affrancarsi dall’egomonia del clan di Limbadi. A fare da capofila nel cartello degli scissionisti i Bonavota, fedeli alleati del gruppo di Mantella, ma anche i Piscopisani. L’obiettivo principale era Pantaleone Mancuso, alias Scarpuni. In cima alla lista nera c’era lui. Il primo a volerlo eliminare sarebbe stato Mantella che avrebbe condiviso il piano insieme ai Bonavota. Poi, a un certo punto, ha riferito il collaboratore di giustizia, Pantaleone Mancuso avrebbe incontrato sul monte Poro Salvatore Bonavota e le due famiglie trovarono una tregua. “A questo punto tirai dentro i Piscopisani – rivela Mantella – attraverso Scrugli”. Tagliare la testa al boss era una priorità degli “scissionisti” ma fu commesso un clamoroso errore a dire del pentito: informare del progetto il boss di San Gregorio d’Ippona Saverio Razionale. “Razionale – ha svelato il pentito – si è venduto i Piscopisani ed ha informato Pantaleone Mancuso che a questo punto non andava più in giro in bicicletta, non andava in pescheria e neanche sulla spiaggia”. A svelare il piano sarebbe stato Michele Fiorillo, alas “Zarrillo”, inquadrato come “pupillo” di Saverio Razionale, la cui “soffiata” salvò la vita a “Scarpuni”. Le conseguenze furono tragiche per il gruppo Mantella e per i Piscopisani perché nel marzo del 2012 nella faida con i Patania venne assassinato Francesco Scrugli. “Moralmente – ha dichiarato Mantella – mi sento in colpa perché lo buttai dentro i Piscopisani come cavallo di Troia per tenere quel clan sotto controllo. Lui era un sanguinario, un azionario e non aveva una visione criminale”. Sfumato il piano per uccidere Pantaleone Mancuso, Mantella mise tutti in guardia: “Adesso vedrete che ci rimetterete”. Così fu e Scrugli venne ammazzato al Pennello di Vibo Marina nel marzo del 2012 in un agguato al quale riuscirono a sfuggire Rosario Battaglia e l’attuale collaboratore di giustizia Raffaele Moscato.

Il progetto (fallito) per uccidere “Ciccio nocciolina”

Mantella ha raccontato anche i piani per l’uccisione di Francesco Cortese, alias “Ciccio nocciolina” di San Gregorio d’Ippona, cognato di Domenico Di Leo, trucidato a Sant’Onofrio da un commando dei Bonavota nel luglio del 2004. “Si temeva una vendetta e i Bonavota volevano quindi ucciderlo. Ne parlai con Gregorio Gasparro ma lui prese tempo perché stavano trattando una partita di cocaina”. Il pentito ha indicato nei fratelli Pasquale, Domenico e Nicola Bonavota i mandanti. “Il messaggio me lo ha consegnato personalmente Giuseppe Barberi, alias Padre Pio. Mi chiesero se potessi intercedere attraverso Michele Fiorillo, alias Zarrillo, che a sua volta doveva chiedere a Gregorio Gasparro se potevamo colpire Cortese a San Gregorio d’Ippona”. La risposta di “Zarrillo” non arrivò e Mantella si mosse in prima persona ma anche in questo caso Gasparro prese tempo e il piano sfumò definitivamente.

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