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Mantella svela gli appetiti del clan per il nuovo ospedale di Vibo e le “amicizie” del senatore

di Mimmo Famularo – Un pranzo in un ristorante del centro di Vibo tra gli esponenti di vertice dei “Lo Bianco-Barba” e l’imprenditore pugliese che si era aggiudicato con il Consorzio Tie l’appalto per la realizzazione del nuovo ospedale in località “Cocari”. E’ il retroscena raccontato dal collaboratore di giustizia Andrea Mantella nel corso di una nuova udienza tenutasi nell’aula bunker di Lamezia Terme nell’ambito del processo “Rinascita Scott”. Così la ‘ndrangheta vibonese avrebbe tentato di mettere le mani sul super appalto cercando di gestire i lavori di realizzazione di un’opera ancora incompiuta: dal movimento terra fino alla scelta delle imprese che avrebbero dovuto installare gli infissi. Un progetto sfumato non solo per la bufera giudiziaria scatenata dalla cosiddetta operazione “Ricatto” che nel 2005 svelò un giro di corruzione fermandone la realizzazione sul nascere appena dopo il primo sbancamento e la posa della prima pietra. “Alla fine – racconta Andrea Mantella in collegamento dal sito riservato – si è scoperto che l’impresa di Liso (l’imprenditore di Bitonto, presidente del Consorzio Tie che si era aggiudicato l’appalto nel 2003 ndr) era una scatola cinese e ha fregato a tutti. L’opera è rimasta lì, l’area poi è stata sequestrata e il progetto si è fermato”.

L’ombra dei Mancuso e la “delega” ai Lo Bianco-Barba

Secondo quanto svelato dal pentito in un’altra deposizione-fiume, dietro gli interessi dei Lo Bianco-Barba c’erano in realtà i Mancuso. In particolare cita espressamente il nome del boss Antonio Mancuso che avrebbe delegato Carmelo Lo Bianco (deceduto in carcere a Parma nel 2014) e gli altri capi-bastone per chiudere l’estorsione e spartirsi i lavori per la costruzione del nuovo ospedale di Vibo. “Carmelo Lo Bianco, Paolino Lo Bianco ed Enzo Barba vengono contattati – racconta Mantella al pm antimafia Antonio De Bernardo – per mettere a posto questa estorsione su Vibo senza alcun atto intimidatorio per non attirare l’attenzione delle forze dell’ordine. Per questo motivo abbiamo avuto un incontro con il signor Liso e abbiamo pranzato al ristorante Arcate di proprietà di Nicola Barba. Eravamo io, l’imprenditore Liso, Enzo Barba, Carmelo Lo Bianco e subito dopo è arrivato Franco Barba, che aveva interessi nel settore delle costruzioni. Ricordo che al pranzo c’era pure Domenico Evalto, il consigliere di Forza Italia, imparentato con i Lo Bianco. Abbiamo garantito che non sarebbe successo nulla: nessuna bottiglia incendiaria, nessun danneggiamento”. La regia dell’operazione sarebbe stata di Antonio Mancuso che avrebbe agito dietro le quinte mandando avanti i Lo Bianco che Mantella ribadisce per l’ennesima volta essere i “factotum” su Vibo della potente cosca di Limbadi. “Gli accordi – spiega – erano che dovevano iniziare i lavori di sbancamento con la ditta Evalto che all’epoca era pulita a livello giudiziario. Il lavoro doveva essere diviso tra Francesco Michele Patania, alias ‘Cicciobello’ e Franco Barba mentre della rete fognaria si dovevano occupare i Restuccia. Questi sono i nomi degli imprenditori fatti nel corso del pranzo al ristorante”. Liso (non indagato e neanche imputato in “Rinascita Scott”) aveva dato il suo bene placet a una condizione riferisce Mantella: “Ci disse che andava bene ‘purché non mi mettete dietro la Dda e dobbiamo essere più silenziosi possibili'”. Alla fine arrivò la Procura di Vibo con il sostituto procuratore Giuseppe Lombardo e l’opera rimase incompiuta, travolta da un vero e proprio scandalo giudiziario. “Io personalmente – sottolinea Mantella oggi – non ho incassato un solo centesimo. Non so se lo hanno fatto altri. Liso ci ha fregato ed è sparito”.

I terreni dei Cracolici e le “amicizie” del senatore

Il nuovo ospedale di Vibo dovrebbe (il condizionale è ancora d’obbligo) sorgere in località “Cocari” su alcuni terreni ceduti dai Cracolici, la storica famiglia di ‘ndrangheta il cui capostipite era stato mandato al confino da Palermo (la città d’origine) a Maierato e Filogaso, in provincia di Vibo. “Non so se quella di costruire il nuovo ospedale sui terreni dei Cracolici – osserva Mantella – è stata una scelta casuale o imposta. Sicuramente ai tempi erano una potenza e avevano conoscenze a livello amministrativo”. Con chi? Chiede espressamente il pm Antonio De Bernardo e Mantella risponde: “I Cracolici erano amici con il senatore Murmura”. Quest’ultimo non può respingere le accuse del pentito perché è morto. “So che avevano guadagnato dalla vendita dei terreni – aggiunge il collaboratore di giustizia – ed erano stati già agevolati a livello economico. Per questo motivo sono stati estromessi dai lavori. Ricordo che Paolino Lo Bianco mi disse che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca riferendosi alle pretese dei Cracolici. E’ dovuto intervenire personalmente Antonio Mancuso con Raffaele Cracolici, alias Lele Palermo, per farlo desistere dai suoi propositi”.

Gli spari allo stadio e quelli all’auto dell’avvocato

Parlando dei Cracolici, Mantella svela un altro retroscena avvenuto tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta quando, ancora adolescente, sparò a colpi di pistola all’interno dello stadio “Luigi Razza” di Vibo durante una gara tra la Vibonese, della quale era tifoso, e la Rossanese dopo aver litigato con un tifoso della squadra avversaria. Un episodio che finì all’epoca sulla prime pagine del giornali nazionali. “Sia Lele Cracolici che mio cognato Antonio Franzè, alias Niuccio, e Carmelo Lo Bianco si impegnarono tramite il senatore Murmura perché io da minorenne – ricorda il pentito – non andassi in carcere. Del contatto tra i Cracolici e Murmura ho cognizione diretta. Lui era amico storico di Ciccio Mancuso, alias “u sindacu”, e anche di Carmelo Lo Bianco”. Da minorenne Andrea Mantella si fece comunque diciassette giorni di riformatorio. Non per gli spari al “Luigi Razza” ma per la gambizzazione a una persona di Vena di Ionadi. “In quell’occasione – rivela Mantella – ho agito insieme a Gangitano che era maggiorenne e anche sorvegliato speciale. Ho dovuto salvarlo e sono andato in carcere con la promessa di non fare più di quindici giorni. Ne ho fatti due di più e appena uscito ho preso la pistola e sono andato a sparare l’auto del mio avvocato Ranieli con Francesco Scrugli”.

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