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Il calvario di Michele Tramontana: nel mirino della ‘ndrangheta ma tradito dallo Stato

Dopo il fallito agguato, il testimone di giustizia diffidato a tornare in Calabria perché in pericolo. Collegato in videoconferenza con il Tribunale di Vibo ma salta ancora il confronto davanti ai suoi aguzzini

di Mimmo Famularo – Liquidato dal servizio centrale di protezione dei testimoni di giustizia, sfrattato da uno Stato che non ha saputo mantenere gli impegni presi e adesso anche diffidato a tornare in Calabria per motivi di sicurezza. E’ un uomo libero solo sulla carta Michele Tramontana, il coraggioso imprenditore che con le sue denunce ha mandato sotto inchiesta un presunto gruppo di usurai. Ancora presunto perché il processo, scaturito dall’operazione “Pinocchio”, è ancora in corso al Tribunale di Vibo.

L’agguato fallito e l’ennesimo confronto saltato

La sua vita, per il Ministero dell’Interno, è in pericolo a giorni alterni: è ufficialmente fuori dal programma di protezione ma non può muoversi liberamente perché in pericolo di vita. Tramontana sta vivendo nei panni di testimone di giustizia un’autentica odissea. La scorsa settimana è stato persino vittima di un fallito agguato. Ignoti, a bordo di una motocicletta, hanno infatti sparato un colpo di fucile contro lo sportello della sua auto mentre si stava recando a Rombiolo, il suo paese d’origine. Da allora è stato allontanato dalla Calabria e gli è stato persino vietato di presentarsi di persona al Tribunale di Vibo dove questa mattina doveva testimoniare contro i suoi presunti aguzzini. Assistito dall’avvocato Giovanna Fronte, non ha rinunciato a collegarsi in videoconferenza da una località protetta ma il confronto con altri due testimoni non c’è stato. Uno ha prodotto certificato medico, l’altro invece non si è proprio presentato e il Tribunale ha ordinato l’accompagnamento coattivo. Tutto rimandato a novembre.

La deposizione del pentito Moscato

Tramontana non ha potuto raccontare ancora una volta il suo calvario ma a parlare è stato il collaboratore di giustizia Raffaele Moscato, sottoposto all’esame del pm Concettina Iannazzo e al controesame dell’avvocato Enzo Gennaro. Il pentito si è soffermato in particolare sulla figura di due imputati: Raffaele Lentini, 42 anni di Vena di Ionadi; e Giorgio Galiano, 43 anni di Calimera (frazione di San Calogero). Sul conto del primo Moscato ha riferito di averlo visto bazzicare in una bisca clandestina dei Piscopisani e di godere del rispetto di Sarino Battaglia, uno degli esponenti di spicco del Locale di ‘ndrangheta di Piscopio. Secondo il collaboratore di giustizia Lentini esercitava la pratica dell’usura e in aula – collegato in videoconferenza da un sito riservato – ha spiegato il meccanismo con il quale ciò avveniva attraverso un vorticoso scambio di assegni. Dietro il giro d’usura – evidenziato – ci sono sempre le organizzazioni criminali e, nel caso specifico, i Mancuso. Moscato ha parlato anche di Giorgio Galiano, genero del broker della droga Vincenzo Barbieri, ucciso a San Calogero nel marzo del 2012, accusandolo di usura e chiarendo che, comunque, il suo principale business era quello del traffico di droga. Al termine della deposizione di Moscato, Galiano ha chiesto di rendere dichiarazioni spontanee sottolineando di aver conosciuto il pentito in carcere e di aver parlato con lui solo due volte.
Nel processo, oltre a Lentini e Galiano, sono imputati Roberto Cuturello, 52 anni di Limbadi; Raffaele Gallizzi, 45 anni di Motta Filocastro; Pantaleone Rizzo, residente a Novara; e Michele Marturano, 44 anni, residente a Roma.

Attentato nel Vibonese, spari contro l’auto di un testimone di giustizia

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