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Morì dopo il parto all’ospedale di Catanzaro, caso archiviato per 8 camici bianchi (NOMI)

donna catanzaro

Si chiude il caso per otto “camici bianchi” tra medici e personale paramedico dell’Ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro, coinvolti nell’inchiesta sull’omicidio colposo di Caterina Caloiro, 39 anni, originaria di Taverna, ma residente a Squillace nel Catanzarese, che ha perso la vita il 19 marzo 2015,  dopo aver partorito la sua bambina. Il gip Claudio Paris, ha disposto un decreto di archiviazione nei confronti degli indagati, accogliendo la richiesta del pubblico ministero e dei legali difensori Maurizio Belmonte, Amalia Garzaniti, Enzo Ioppoli e Gianfranco Marcello. Si tratta dei camici bianchi Nicola Bagetta, Leonardo Conte, Patrizia Arcadia, Stefania Faragò; Francesco Conca; Maria Lucia Zubba, Nicola Pulerà ed Emilia D’Alta.

Il lungo iter giudiziario

Una vicenda che si è conclusa dopo circa sei anni, tra due richieste di archiviazione e due di opposizione. Gli stessi consulenti non hanno trovato nell’equipe sanitaria, che ha avuto in cura la donna, profili di responsabilità, sebbene abbiano riscontrato un ritardo di circa un’ora da parte dell’anestesista nel somministrare i fattori di coagulazione, ritardo che comunque non ha inciso, secondo i professionisti, sull’evento morte, stabilendo che il decesso è avvenuto “per una coagulazione intravascolare disseminata con terminale arresto respiratorio come conseguenza di un’embolia di liquido amniotico”. “I sanitari – si legge nel decreto di archiviazione-  hanno prontamente provveduto alla somministrazione di eritociti concentrati e plasma fresco, mentre i fattori di coagulazione sono stati infusi dopo circa un’ora su suggerimento del medico rianimatore, chiamato dal medico anestesista. Non è possibile però affermare con certezza che il ritardo di un’ora possa aver influito sull’infausta evoluzione della complicanza”.  All’esito di questa consulenza, il pubblico ministero aveva chiesto l’archiviazione del procedimento e il gip in seguito all’opposizione delle parti offese, dopo l’udienza camerale a porte chiuse, aveva disposto ulteriori indagini. Il pm aveva quindi richiesto una nuova consulenza con altri professionisti che avevano ipotizzato una diversa causa sulla morte di Caterina “riconducibile ad emorragia post-partum con danno ipossigenativo multiorgano, sostenendo che solo in una residuale ipotesi si può attribuire l’evento morte ad una embolia da liquido amniotico”. Nello stesso tempo anche questi consulenti avevano escluso la possibilità di affermare se non con criterio meramente probabilistico che la tempestiva esecuzione dell’intervento avrebbe potuto  scongiurare l’evento della morte.

“Non si può stabilire la reale morte della paziente”

Il pubblico ministero quindi aveva richiesto nuovamente l’archiviazione a cui era seguita una seconda opposizione delle parti offese, ma questa volta il gip ha accolto la richiesta del magistrato di chiudere il caso sul presupposto che “anche a voler ritenere profili di colpa in relazione a ritardi di taluni operatori sanitari che si trovavano in sala parto non si può stabilire con adeguata certezza la reale causa della morte della paziente”. Il gip nel decreto di archiviazione ha sottolineato l’esistenza di due diverse consulenze collegiali, ciascuna delle quali ha ipotizzato “con argomentazioni senz’altro plausibili un diverso determinismo causale in relazione al decesso della paziente. E anche a voler proseguire l’indagine, non vi è modo di ovviare ad argomentazioni meramente probabilistiche, tanto che si propenda per la ricostruzione causale dei primi consulenti del pm, tanto che si propenda per quella dei consulenti della privata accusa”. In sostanza non è possibile accertare che le complicanze subite da Caterina e che l’hanno poi portata alla morte siano dovute a colpe di tipo medico-sanitario. (g. p.)

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