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Morto suicida a 20 anni, la straziante lettera di addio di Seid Visin

Seid Visin

Una lettera straziante, consegnata tempo fa ad alcuni amici e alla sua psicoterapeuta, in cui faceva affiorare nero su bianco il dolore per il razzismo vissuto quotidianamente sulla sua pelle. È quella che ha scritto Seid Visin, ex calciatore delle giovanili del Milan trovato morto a Nocera, in provincia di Salerno, dove era tornato dopo aver indossato la maglia rossonera per due stagioni. “Ovunque io vada, ovunque io sia, sento sulle mie spalle come un macigno il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone”, ha scritto l’ex calciatore. Seid Visin, 20enne di origini etiopi, era stato adottato da una famiglia campana. Nel 2014 aveva lasciato la sua casa per trasferirsi a Milano. Aveva giocato con Donnarumma, era una giovane promessa del calcio. Ma alla fine aveva scelto di studiare. Una carriera professionistica abbandonata nel 2016 e una vita segnata dagli “sguardi schifati per il colore della mia pelle“

La lettera di addio di Seid Visin

Seid nella sua lettera di addio – come riporta MilanoToday -, nel suo “testamento”, ha utilizzato parole drammatiche: “Io non sono un immigrato” scriveva. “Sono stato adottato da piccolo (…). Ricordo che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, tutti si rivolgevano a me con gioia, rispetto e curiosità. Adesso sembra che si sia capovolto tutto”. (…) “Ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, specie anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche come responsabile perché molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro”. “Dentro di me è cambiato qualcosa — scriveva Seid —.

Come se mi vergognassi di essere nero, come se avessi paura di essere scambiato per un immigrato, come se dovessi dimostrare alle persone, che non mi conoscevano, che ero come loro, che ero italiano, bianco”. Infine una sorta di confessione: “Facevo battute di pessimo gusto su neri e immigrati (…) come a sottolineare che non ero uno di loro. Ma era paura. La paura per l’odio che vedevo negli occhi della gente verso gli immigrati”. E poi “Non voglio elemosinare commiserazione o pena, ma solo ricordare a me stesso che il disagio e la sofferenza che sto vivendo io sono una goccia d’acqua in confronto all’oceano di sofferenza che sta vivendo chi preferisce morire anziché condurre un’esistenza nella miseria e nell’inferno. Quelle persone che rischiano la vita, e tanti l’hanno già persa, solo per annusare, per assaggiare il sapore di quella che noi chiamiamo semplicemente “Vita”.

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