Moscato svela i killer dell’omicidio Palumbo: “Ecco da chi era composto il commando dei Piscopisani”

I particolari dell'agguato costato la vita al braccio destro di Pantaleone Mancuso, alias Scarpuni, ucciso a Longobardi nel 2010 davanti alle figlie

E’ il 7 marzo del 2015 negli uffici della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro arriva una lettera inviata dal carcere di Bologna. La firma in calce è quella di Raffaele Moscato che annuncia l’intenzione di cambiare vita e di iniziare a collaborare con la giustizia. L’ex azionista del gruppo dei Piscopisani autore di gambizzazioni, rapine, estorsioni, traffico di sostanze stupefacenti, omicidi e tentati omicidi, si è pentito. Uno squarcio significativo si apre nel muro dell’omertà che da anni protegge la ‘ndrangheta vibonese. Moscato inizia a riempire pagine e pagine di verbali.

Una dopo l’altra quelle pagine bianche coperte da omissis si stanno riempiendo di parole, di fatti, di accuse precise e articolate. Dichiarazioni fondamentali per fare luce su uno dei tanti omicidi commessi nel Vibonese a cavallo tra il 2008 e il 2012. Tra i tanti spicca quello di Michele Palumbo, l’assicuratore ucciso a Longobardi (frazione di Vibo) l’11 marzo del 2010.  A cadere sotto i colpi dei sicari quello che gli inquirenti ritengono essere l’uomo di fiducia del boss Pantaleone Mancuso, alias Scarpuni, nella zona di Vibo e che i Piscopisani inquadravano come un ostacolo alla loro ascesa criminale nel controllo degli affari illeciti nella zona. Un delitto efferato commesso davanti alle figlie della vittima nel giardino di casa subito dopo aver parcheggiato l’auto. Nell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro sfociata nell’operazione congiunta di carabinieri e polizia che ha portato all’arresto di 14 persone ci sono i presunti mandanti ed esecutori materiali di uno degli omicidi più eclatanti commessi a Vibo negli ultimi venti anni.

Una dopo l’altra quelle pagine bianche coperte da omissis si stanno riempiendo di parole, di fatti, di accuse precise e articolate. Dichiarazioni fondamentali per fare luce su uno dei tanti omicidi commessi nel Vibonese a cavallo tra il 2008 e il 2012. Tra i tanti spicca quello di Michele Palumbo, l’assicuratore ucciso a Longobardi (frazione di Vibo) l’11 marzo del 2010.  A cadere sotto i colpi dei sicari quello che gli inquirenti ritengono essere l’uomo di fiducia del boss Pantaleone Mancuso, alias Scarpuni, nella zona di Vibo e che i Piscopisani inquadravano come un ostacolo alla loro ascesa criminale nel controllo degli affari illeciti nella zona. Un delitto efferato commesso davanti alle figlie della vittima nel giardino di casa subito dopo aver parcheggiato l’auto. Nell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro sfociata nell’operazione congiunta di carabinieri e polizia che ha portato all’arresto di 14 persone ci sono i presunti mandanti ed esecutori materiali di uno degli omicidi più eclatanti commessi a Vibo negli ultimi venti anni.

Il commando che uccise l’uomo di fiducia di “Scarpuni”

Moscato spiega che il suo gruppo criminale era l’unico che non aveva abbassato la testa ai Mancuso e intendeva “rimpiazzare” il clan di Limbadi a Vibo Marina e dintorni per avere quindi strada libera. “Uno o due mesi prima dell’omicidio – racconta nel verbale di interrogatorio datata uno settembre 2015 – io dovevo andare sul corso di Vibo Marina a picchiare Michele Palumbo per umiliarlo e ciò me lo disse Rosario Battaglia a casa sua ma io mi rifiutai poiché lui mi aveva sempre rispettato e Battaglia ci rimase male”. Il destino di Palumbo era però segnato anche perché in quegli anni mettersi contro i Piscopisani equivaleva a una condanna a morte: “Battaglia mi disse che il nostro gruppo di fuoco era tra i più forti poiché composto da dodici elementi”. E le confidenze di “Sarino” hanno permesso al collaboratore di giustizia di sapere il giorno dopo un altro omicidio “eccellente”, quello del boss di Stefanaconi Fortunato Patania, i nomi del commando di fuoco che la sera dell’11 marzo 2010 avrebbe giustiziato Palumbo. “A uccidere materialmente Michele Palumbo – riferisce agli inquirenti Moscato – erano stati Franco D’Ascola, Antonio Tripodi, Michele Fiorillo e lo stesso Rosario Battaglia”. L’assicuratore di Longobardi è stato ucciso con diverse armi da fuoco. “Al recupero dei killer dopo l’incendio dell’autovettura, avvenuto tra Triparni e Vibo è andato – aggiunge il pentito – Salvatore Vita, appartenente alla famiglia Tripodi, cognato di Salvatore Tripodi e cugino dello stesso Rosario Battaglia”. L’omicidio – secondo quanto sostenuto da Moscato – sarebbe quindi stato commesso dai Tripodi con il sostegno del gruppo di fuoco dei Piscopisani. “In realtà – sottolinea nello stesso verbale – è stato ucciso dai Tripodi per riprendersi il territorio per le estorsioni completamente anche se Pantaleone Mancuso, Scarpuni, ha sempre dato la colpa ai Piscopisani”. In risposta all’agguato costato la vita al suo sodale, il boss di Nicotera Marina avrebbe organizzato una sorta di rappresaglia tentando di uccidere il 30 maggio del 2010 Rosario Battaglia in un bar di Piscopio. In quell’occasione rimase ferito il fratello di Sarino, Giovanni. Per questo motivo i Piscopisani avrebbero quindi iniziato a pianificare due omicidi clamorosi: quello dello stesso Pantaleone Mancuso al quale dovevano anche tagliare la testa e quello di Giuseppe Accorinti, il boss di Zungri che doveva morire perché “vicino a Scarpuni”. Agguati organizzati ma sfumati in extremis. Ma questa è un’altra storia.

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