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Natale Saccà, “Volevo ancora giocare ma poi…”

di Antonia Opipari

Domani, venerdì 27 settembre alle ore 18.30 presso il Teatro Hercules a Catanzaro, Natale Saccà presenterà il suo romanzo “Volevo ancora giocare ma poi…”. Saccà è un dottore in  pensione che ama due cose: Catanzaro e scrivere. Allora perché non scrivere di Catanzaro? I suoi lavori, ricchi di note autobiografiche, narrano di una città bellissima ma poco apprezzata, come spesso poco apprezzate sono le donne che l’autore rende protagoniste dei suoi romanzi. In che modo ce lo racconta lui stesso.

Che legame c’è tra l’essere un medico e la passione per la scrittura? «Io sono medico. Sono gastroenterologo. In pensione da due anni. Per molti anni sono stato direttore della Gastroenterologia del  nostro ospedale regionale: il Pugliese. Ho sempre avuto e coltivato un interesse per la scrittura e la mia professione mi ha aiutato molto perché mi ha stimolato a indagare l’animo delle persone, a scoprire i moventi di alcune azioni e comportamenti. Nel corso della mia professione ho scoperto, ad esempio, quanto è complesso l’universo femminile. Lo dico con ammirazione ed anche un poco di invidia. Le donne hanno una sensibilità, un intuito, una capacità di capire e leggere le persone, i fatti, gli avvenimenti. Non è che noi uomini non lo sappiamo fare. Noi ci arriviamo dopo, mille miglia dopo, quando tutto è evidente e chiaro. Le donne hanno una marcia in più e ciò spesso ci fa incavolare».

Quanti romanzi ha scritto? «Ho scritto quattro romanzi: “La malaparentela – Per dispetto vi amo tutti” (2013); “Il cerchio – L’oca non gioca” (2014); “Volevo ancora giocare ma poi…” (2017) e “Rossana non sei sola: il mare ti ascolta” (2019). Tutti sono stati editati dalla Talos. I primi tre sono ambientati a Catanzaro, l’ultimo a Soverato».

La Calabria, Catanzaro, le donne… «Nei miei romanzi, in tutti i miei romanzi una donna, o più donne, sono sempre protagoniste, con la loro semplice complessità, con il loro amore e la loro poesia. Altri protagonisti nei miei romanzi sono: il mare, la città di Catanzaro, i modi di dire e il dialetto catanzarese. É difficile allontanarsi dalle proprie radici, non si può perdere l’identità. Io sono stato nel Nord per molti anni, gli anni universitari, a Padova che ricordo sempre con nostalgia ma non riesco e non voglio perdere il legame con la mia terra. Il mare che io ho sempre vissuto e rappresento sempre nei miei romanzi come un essere vivente capace di capire le persone e riconoscere chi gli vuole bene. Il mare non è cattivo, semplicemente punisce chi lo vuole violentare. Il mare è il mare. La città di Catanzaro che io paragono ad una nobile donna decaduta. Nobile nel suo fascino, nella sua fierezza, nel suo sguardo, alto, che si estende verso il mare e verso i monti. Decaduta e triste perché ha visto sparire le sue cose più belle: la strettoia sul Corso Mazzini, “u strittu”, il fascino del vicoli, “i vichi”, che non tutti i catanzaresi sanno apprezzare, il suo dialetto e i suoi modi di dire che resistono tenacemente solo nella memoria dei non più giovani. Ogni tanto mi capita di dire qualche parola in dialetto catanzarese oppure qualche proverbio e spesso le mie figlie non capiscono o non sanno ripetere l’espressione dialettale. Es. mbuddragghiu oppure “Cu dui repuli vo’ ma acchiappa una fuija e l’atra scappa”».

Ci parli di “Volevo ancora giocare ma poi…”: «Questo romanzo è ambientato nel quartiere Sala di Catanzaro. In questo quartiere io abito da circa 30 anni e sono stato attirato da alcuni luoghi e alcune persone. In particolare il bar TIC TAC e l’edicola di Massimo, a fianco al bar, rappresentano storicamente il punto di incontro dei residenti, l’agorà degli antichi greci. Lì quotidianamente si intrecciano varie storie e interagiscono vari personaggi. Da anni io frequento questi luoghi e quindi ho ambientato lì il mio terzo romanzo, traendo ispirazione da persone realmente esistenti che frequentano quei luoghi. Questo romanzo, di recente pubblicazione, è una storia che coinvolge personaggi maturi, ordinari ma per questo reali, una trasposizione di stanze di vita quotidiana colorate da una malcelata tristezza. Vi è la rappresentazione dei desideri inconfessabili di un sessantenne che, perso tra i ricordi delle incompiute di una rimpianta gioventù e la quotidianità di una vita che ti costringe alla stabilità, alle regole, tenta un anelito proibito. Almeno questo il personaggio di Mario che vede trascorrere la propria vita chiuso in una piccola edicola tra quotidiani e riviste che magari parlano di vite vissute in modo diverso. Il racconto parte con una strana scritta apposta sulla saracinesca dell’edicola, di un gatto che parla o almeno così sembra, uno strano personaggio seduto ad un bar che sembra studiare tutto e tutti e che poi è la chiave ermeneutica di tutto il racconto. In sintesi è una novella sull’inarrestabile corso della vita, sul rimpianto della gioventù passata e sulla sofferenza dell’accettazione della propria realtà».

 

© Riproduzione riservata.

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