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‘Ndrangheta a Roccabernarda, falsi testamenti per accaparrare terreni: 8 indagati (NOMI E VIDEO)

di Gabriella Passariello- Terreni acquistati con scritture private mai autenticate e mai registrate, frutto in diversi casi di pressioni e intimidazioni nei confronti di alcuni proprietari di terreni, utilizzando una metodologia che ha consentito al vertice della cosca di Roccabernarda, con la complicità della moglie e degli altri indagati di accaparrarsi un cospicuo patrimonio immobiliare, facendo leva sulla caratura criminale del boss.  Un sistema “perverso”, sgominato dalla Dda nell’ambito dell’operazione “Capitastrum”, che ha portato oggi i carabinieri della sezione di pg della Procura di Catanzaro, diretti dal maggiore Gerardo Lardieri e i carabinieri della Compagnia di Petilia Policastro a notificare un’ordinanza di misura cautelare in carcere per il capo clan Antonio Santo Bagnato, 53 anni, già detenuto in “Trigarium”, per Giuseppe Bagnato, 33 anni e un provvedimento agli arresti domiciliari nei confronti della moglie del boss Stefania Aprigliano, 39 anni, mentre cinque in tutto sono gli indagati a piede libero. Si tratta di Domenico Bagnato, di 38 anni; Giuseppe Bagnato, 80 anni; Domenico Colao, 38 anni; Domenica Le Rose, 63 anni e Michele Marrazzo, 36 anni.

La sfilza di reati contestati dalla Dda

Una sfilza di reati sono stati contestati dai sostituti procuratori Paolo Sirleo, Domenico Guarascio e Pasquale Mandolfino, contitolari delle indagini: dall’estorsione, all’invasione di terreni, al danneggiamento, con l’aggravante delle modalità mafiose. E poi ancora falsità materiale commessa dal privato, falsità materiale commessa dal privato in atto pubblico, trasferimento fraudolento di valori, falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e falsità in testamento olografo, cambiale o titoli di credito.

Le minacce di morte e il sistema “perverso” per acquisire i terreni

Il sistema utilizzato per l’acquisizione dei terreni sarebbe stato quello della derivazione “mortis causa”, mediante la pubblicazione di testamenti da parte di parenti, genitori e nonni, deceduti da tempo e in altre circostanze si è fatto ricorso alla figura della donazione effettuata sempre da parenti che negli atti dichiaravano acquisito per usucapione gli immobili lasciati in eredità. Atti mendaci e testamenti falsi tutti risultati apocrifi. Secondo la Dda, più di una volta, tra il 2013 e il 2014 Giuseppe Bagnato, Aprigliano e Marrazzo, avrebbero “invitato” il proprietario terriero F. P. al cospetto del capo clan, che minacciandolo di morte e percuotendolo, lo costringeva a sottoscrivere una serie di scritture private, datate 6 ottobre e 18 ottobre 2010, scritture predisposte da Colao, con le quali la vittima si impegnava a cedere ai coniugi Bagnato, a un prezzo nettamente inferiore rispetto al valore di mercato (circa 8mila euro rispetto agli oltre 30mila euro) terreni e un fabbricato. Il capo clan con altre persone non identificate, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, a gennaio 2015  avrebbe costretto due coniugi a non ostacolare l’appropriazione illecita di terreni che formalmente passavano nella proprietà di Bagnato grazie  ad un falso testamento. Avrebbe, poi, illecitamente occupato i terreni ubicati a Roccabernarda di proprietà di un’altra vittima, opponendo una recinzione e facendo pascolare il bestiame di sua proprietà. Vittima che ha denunciato i fatti nel 2017 subendo le angherie del clan, con il danneggiamento di 103 piante di ulivo di piccole dimensioni in un terreno ubicato a Santa Severina, località Roccella Noce. Antonio Santo Bagnato e Giuseppe Bagnato, di 33 anni, avrebbero redatto testamenti olografi contraffatti, presentati ai fini della pubblicazione nello studio di un notaio. Giuseppe Bagnato, di 80 anni, in occasione della stipula, innanzi al notaio del contratto di donazione in favore di Aprigliano, avrebbe dichiarato che i cespiti immobiliari erano frutto di acquisto per usucapione, mentre in realtà risultavano di proprietà di terzi.  Antonio Bagnato, di concerto con il donante Giuseppe Bagnato di 80 anni, attribuiva fittiziamente la titolarità dei terreni alla moglie del boss, in modo da eludere le disposizioni sulle misure di prevenzioni patrimoniali, impedendo iniziative ablative. Un sistema che in base agli atti si è ripetuto diverse volte con il coinvolgimento di altri indagati.

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