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‘Ndrangheta: arrestati capi e luogotenenti del clan Labate (NOMI)

AGGIORNAMENTO Sono 14 in tutto gli indagati raggiunti da provvedimento di misura cautelare nell’ambito dell’operazione “Helianthus”, condotta stamani dalla polizia di Reggio Calabria contro la cosca Labate. Si tratta di 12 misure di custodia cautelare in carcere e 2 agli arresti domiciliari. La custodia in carcere è stata emessa per: Pietro Labate di 69 anni, Rocco Cassone di 63 anni, Santo Gambello di 45 anni, Paolo Labate di 38 anni, Paolo Labate di 36 anni, Antonio Galante di 54 anni, Caterina Cinzia Candido di 55 anni, Francesco Marcellino di 70 anni, Fabio Morabito di 49 anni, Orazio Assumma di 61 anni, Domenico Foti di 59 anni, Domenico Pratesi di 50 anni.
Gli arresti domiciliari sono stati disposti per Antonino Labate di 70 anni e Santo Antonio Minuto di 65 anni. Le accuse sono, a vario titolo, di associazione mafiosa e diverse estorsioni aggravate dal ricorso al metodo mafioso e dalla finalità di avere agevolato la ‘ndrangheta, e in particolare la cosca Labate intesa “Ti Mangiu”.

Vasta operazione della polizia di Stato, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia della procura della Repubblica di Reggio Calabria, finalizzata all’esecuzione di 14 ordinanze di custodia cautelare – 12 in carcere e 2 agli arresti domiciliari – emesse nei confronti di capi, luogotenenti ed affiliati alla temibile cosca Labate intesa ‘Ti Mangiu’ di Reggio Calabria, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa e diverse estorsioni aggravate dal ricorso al metodo mafioso e dalla finalità di aver agevolato la ‘ndrangheta.

Gli investigatori della squadra mobile della questura di Reggio Calabria, con il coordinamento del Servizio centrale operativo, coadiuvati dagli operatori del Reparto prevenzione crimine, stanno eseguendo anche numerose perquisizioni e sequestri di imprese e società. Impiegati circa 100 uomini e donne della polizia di Stato.

‘Helianthus’ è il nome che gli investigatori della polizia hanno dato all’operazione nel corso della quale, dalle prime ore di questa mattina, a Reggio Calabria, Roma e Cosenza sono stati eseguiti numerosi arresti e perquisizioni nei confronti di esponenti della ‘ndrangheta reggina. L’inchiesta della Dda sviluppata con un’articolata indagine condotta dalla squadra mobile di Reggio Calabria, ha consentito di ricostruire gli assetti e le dinamiche criminali del clan LABATE, una delle più temibili e potenti articolazioni della ‘ndrangheta unitaria, che controlla nella città di Reggio Calabria il popoloso quartiere Gebbione.
I poliziotti della questura stanno mettendo i sigilli ad alcune aziende nella disponibilità degli appartenenti alla cosca, operanti nel settore alimentare e della distribuzione di carburanti, il cui valore complessivo è di circa un milione di euro.

L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria fa luce sugli affari economici della cosca Labate, svelando – spiega un comunicato – un certo dinamismo in alcuni settori illeciti come quello delle scommesse on line, delle slot machines e dello sfruttamento delle corse clandestine di cavalli. Ma mantenendo tuttavia, viene sottolineato, un elevato interesse per quello che rappresenta il core business delle attività criminali da sempre espressione dello strapotere mafioso dei ‘Ti Mangiu’, segnatamente rappresentate dal sistematico ricorso ad attività estorsive nei confronti di operatori economici, commercianti e titolari di piccole, medie e grandi imprese, specialmente di quelli impegnati nell’esecuzione di appalti nel settore dell’edilizia privata nell’area ricadente sotto il dominio della consorteria mafiosa.

Ci sono elementi di vertice e luogotenenti della cosca Labate di Reggio Calabria fra le 14 persone arrestate stamane. Fra essi figurano il boss Pietro Labate, al quale il provvedimento restrittivo è stato notificato in carcere essendo già detenuto per altra causa; il fratello Antonino, reggente della cosca durante il periodo di latitanza di Pietro Labate, il cognato Rocco Cassone , nonché luogotenenti e nuove leve della consorteria.
Le indagini sono state condotte con il ricorso alle intercettazioni e alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, grazie alle quali è stato possibile ricostruire le vicende criminali che hanno determinato la graduale ascesa della cosca. Oggi il clan Labate – spiegano gli inquirenti – è una potente articolazione della ‘ndrangheta unitaria e trova la sua forza nei legami di sangue che uniscono i componenti di vertice ad altre potenti cosche e nei solidi rapporti di alleanza con famiglie ‘ndranghetistiche dei tre mandamenti.

Le indagini da cui scaturisce l’operazione “Helianthus”, iniziate nel 2012, portarono il 12 luglio 2013, alla cattura del latitante Pietro Labate, capo storico della cosca che porta il suo nome. Labate  si era sottratto nel mese di aprile 2011 all’esecuzione del fermo di indiziato di delitto emesso dalla Dda di Reggio Calabria ed eseguito dalla squadra mobile nei confronti di capi e gregari delle Tegano e Labate nell’ambito dell’operazione “Archi”.

Dopo un’intensa attività investigativa supportata da molteplici intercettazioni telefoniche, ambientali e da sistemi di video sorveglianza, nell’estate del 2013 gli investigatori della Squadra Mobile localizzarono e catturarono il boss latitante nel suo feudo, mentre si muoveva a bordo di uno scooter vicino al torrente S. Agata. Nel covo in cui aveva trovato rifugio, vicino al luogo in cui era stato localizzato, furono trovate alcune agende sulle quali il boss aveva annotato nomi di persona, importi e denominazioni di ditte rivelatesi determinanti ai fini dell’accertamento della penetrazione dei Labate nel tessuto economico locale.

Alcuni affermati imprenditori locali del settore edile ed immobiliare, sentiti dai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, dopo un’iniziale ritrosia dovuta a timore di subire dure rappresaglie, hanno collaborato alle indagini. Pur di liberarsi dall’opprimente giogo estorsivo, hanno denunciato di essere vittime di ripetute estorsioni, consistenti nel pagamento di ingenti somme di denaro, anche nell’ordine di 200.000 euro, ad esponenti di rilievo e luogotenenti del clan o nell’imposizione dell’acquisto di prodotti dell’edilizia da attività commerciali nella disponibilità della cosca.

“Le dichiarazioni dei collaboratori connotato cosca Labate come una cosca che negli anni della guerra di ‘ndrangheta ha preteso una propria neutralità o comunque non schierarsi né da una parte né dall’altra che le ha garantito di crescere e veniva considerata quasi come ‘la San Marino di Reggio Calabria”. Lo ha detto il procuratore di Reggio Calabria, Giiovanni Bombardieri, illustrando i dettagli dell’operazione Heliantus.

Redazione Calabria 7

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