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‘Ndrangheta e appalti nel Catanzarese, chiesta la condanna per gli imprenditori Lobello (NOMI)

di Gabriella Passariello-  Al termine della requisitoria in cui ha ricostruito i fatti di indagine, il pm Veronica Calcagno ha chiesto tre condanne nei confronti degli imprenditori Lobello, coinvolti nell’operazione della Dda “Coccodrillo”, che il 21 marzo scorso ha portato un indagato in carcere, sei agli arresti domiciliari e ad una misura interdittiva nei confronti di altre tre persone. Davanti al gup del Tribunale di Catanzaro Matteo Ferrante, il pubblico ministero della distrettuale ha invocato 12 anni di reclusione per Giuseppe, detto Pino Lobello, mentre ha chiesto 8 anni di reclusione ciascuno nei confronti di Antonio e Daniele Lobello, accusati a vario titolo di concorso esterno in associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni, trasferimento fraudolento di valori, autoriciclaggio, estorsione e favoreggiamento reale. L’udienza è stata aggiornata al prossimo 19 ottobre, giorno delle arringhe difensive dei legali Enzo De Caro, Davide De Caro, Piero Mancuso, Francesco Gambardella e Saverio Loiero.

Società intestate a prestanomi

La Dda di Catanzaro aveva disposto nei confronti dei tre imputati il giudizio immediato, ma i legali difensori hanno invocato e ottenuto che i loro assistiti fossero giudicati con il rito alternativo. Per altri quattordici imputati la Direzione distrettuale antimafia ha chiesto il rinvio a giudizio (LEGGI QUI). Secondo le ipotesi di accusa gli imprenditori Lobello avrebbero provato a costituire numerose società, intestate a prestanomi e in passato il gruppo aveva subito alcune interdittive antimafia emesse dalla Prefettura di Catanzaro per le società Calbin S.r.l., Cantieri Edili Iniziativa 83 S.r.l. e Strade Sud S.r.l. Le indagini, corroborate dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, Santino Mirarchi, Gennaro Pulice, Dante Mannolo, figlio del boss Alfonso, e da diverse intercettazioni hanno consentito di  evidenziare, il legame mantenuto nel tempo dalla famiglia Lobello con il clan Mazzagatti di Oppido Mamertina, il loro rapporto con il clan Arena di Isola Capo Rizzuto e altre cosche del Crotonese, tra cui quella riconducibile a Nicolino Grande Aracri.

“L’ imprenditore intoccabile e protetto dalle cosche”

Sarebbe stato Giuseppe Lobello, definito dai pentiti “l’imprenditore protetto dalle cosche”, in particolare dalla famiglia Arena, ad avere svolto la funzione di collettore delle estorsioni imposte nei cantieri edili del Catanzarese. Un meccanismo questo, secondo l’impianto accusatorio, che avrebbe consentito ai Lobello di conquistare una posizione dominante nell’esecuzione di lavori edili e forniture di calcestruzzo su Catanzaro e provincia, oltre a garantirsi la protezione da interferenze estorsive da parte di altri gruppi criminali. Ed è proprio per questo che Giuseppe Lobello, l’unico dei tre imputati, al quale viene contestato anche il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, si sarebbe guadagnato il titolo di “imprenditore intoccabile”.

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