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‘Ndrangheta tra Catanzaro e il Crotonese, quattro condanne in Appello

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Per tre dei quattro imputati costituenti la cellula catanzarese al servizio dei Grande Aracri, coinvolti nell’inchiesta antimafia Kyterion, la Corte di appello del capoluogo calabrese ha sentenziato lievi sconti di pena

di Gabriella Passariello

Tre sconti di pena e una confermata per i 4 imputati considerati dagli inquirenti affiliati e sodali della cosca di Cutro agli ordini del boss Nicolino Grande Aracri, accusati a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso e di estorsioni, tentate e consumate coinvolti nel maxi blitz antimafia Kyterion, che ha dato il via all’operazione gemella nel Nord Italia, nome in codice Aemilia.  Per quella che è considerata la cellula catanzarese dei Grande Aracri la Corte di appello di Catanzaro ha inflitto condanne che vanno dai 14 a 1 anno di reclusione, dopo aver ascoltato la requisitoria del pg Salvatore Di Maio (che ha invocato la conferma della sentenza di primo grado) e le arringhe difensive dei legali Giovanni Merante, Salvatore Staiano, Saverio Loiero, Sergio Rotundo, Gregorio Viscomi e Giuseppina Pino. In particolare i giudici di secondo grado, riformando la sentenza emessa dal Tribunale collegiale il 7 febbraio 2018, hanno sentenziato lievi sconti di pena per Gennaro Mellea detto Piero  condannato a 14 anni e 9mila euro di multa (in primo grado era stato condannato a 15 anni e 12mila euro di multa) ; 7 anni di reclusione per Roberto Corapi ( 9 anni in primo grado), riqualificando la condotta da organizzatore a mero partecipe; per Alex Schicchitano 6 anni di carcere e 5.800 euro di multa( in primo grado 7 anni di carcere e 7mila euro di multa). Confermata la condanna a carico di Esterino Peta  ad 1 anno di reclusione e 2mila euro di multa.

 Ruoli e ipotesi di accusa.  Mellea viene considerato il referente dei Grande Aracri nella provincia di Catanzaro, colui che avrebbe assunto le decisioni più rilevanti, impartendo ordini agli altri associati a lui subordinati, grazie anche all’aiuto del suo collaboratore Corapi, che lo avrebbe coadiuvato nell’organizzazione. Scicchitano è accusato di una serie di tentate estorsioni ai danni di ditte e commercianti di Catanzaro, mentre Peta risponde di detenzione e cessione illegale di armi da fuoco.

Le dichiarazioni del pentito Santino Mirarchi hanno poi svelato ulteriori retroscena sulle attività estorsive compiute in nome degli Arena, dagli incontri al Parco della Biodiversità al racket messo in atto alla Cittadella Regionale. Le estorsioni messe in atto dal collaboratore di giustizia per conto degli Arena risalgono al 2014, sebbene l’“amicizia” con il clan di Isola Capo Rizzuto risale al 2002- 2003. Una famiglia di ’ndrangheta che avrebbe avuto il compito di raccogliere tutti i soldi delle estorsioni ricavate nella zona di Catanzaro e provincia, almeno da quando il clan dei Grande Aracri sarebbe stato “fuori gioco”, perché tutti in galera. Ad agire per conto dei Grande Aracri sarebbe stato Piero Mellea, l’elettricista di Siano, il responsabile su Catanzaro, carica conferitagli da Nicolino Grande Aracri nel 2009. Il pentito ha riferito di aver conosciuto Mellea due, tre mesi prima che lo arrestassero. “L’ho conosciuto a casa sua dove ha un box di cavalli. Tramite i cavalli lui mandava le ambasciate ad Ernesto, il fratello di Grande Aracri”. A casa di Mellea era andato con Nico Gioffrè. Fu proprio lui a presentarglielo dicendo che “adesso gestisce tutto lui su Catanzaro” su mandato di Grande Aracri, “che gli ha conferito l’autorità sulle estorsioni, ma solo sulle imprese grosse”. Mellea, secondo quanto riferito dal collaboratore di giustizia aveva il compito di raccogliere i soldi per poi destinarli alla famiglia Grande Aracri. “ Mellea ha una villetta tutta recintata piena di telecamere. Ricordo- ha detto Mirarchi- che quando siamo arrivati ha detto: “Ragazzi un attimino che vado a cancellare le telecamere, perché se viene qualche perquisizione poi risulta che ci siete voi”.

Gli incontri al Parco e l’ordine di non rubare le auto al Pugliese. In base alle dichiarazioni del pentito, il bar ubicato all’interno del Parco della Biodiversità sarebbe di proprietà di Mellea e Corapi. Una zona dove “la legge” non doveva metterci piede, doveva rimanere un posto tranquillo per non destare sospetti di sorta.  “Corapi lo conosco da parecchio, perché lui insieme a Piero Mellea hanno preso il bar a Catanzaro. Lo conosco perché lui vende le cialde del caffè. Tramite mio zio Cosimino il Tubo, poi lui ha avuto pure un ingrosso di bibite e facevano incontri dove parecchie volte lui gli mandava le ambasciate tramite Piero Mellea” inviato da Nicolino Grande Aracri “per non rubare le macchine all’ospedale Pugliese, di non dare fastidio alle imprese”. Messaggi che risalgono al 2005 – 2006, inoltrati da Grande Aracri a Mellea e questi a Corapi, esecutore di tutte le disposizioni. “Mellea e Corapi hanno preso insieme il bar che c’è sotto l’ospedale, quello che c’è al Parco, anche se risulta come nome alla moglie o alla figlia di Corapi, ma è di tutti e due. Lo so perché avevo un ingrosso di bibite e Corapi è venuto più volte da me per le bibite, pure perché c’erano i nomadi che rubavano le macchine là la domenica, il sabato, quando andavano a parcheggiare. Quindi si doveva finire anche questa storia a non rubare più le macchine, perché là dovevano stare tranquilli in modo che la legge non stesse là tutti i giorni, perché là per loro era pure un punto di incontro, all’Agraria. Era quindi venuto a portare anche questi messaggi di evitare di rubare macchine perché io avevo molta influenza nelle comunità rom di Catanzaro, parecchi nomadi io li rifornivo. Gli facevo fare qualche lavoro, per esempio più volte rubavano camion, gli dicevo “vai là a rubare là a quell’impresa”, bruciavano qualche macchina. Qualunque lavoro gli chiedevo, loro la facevano sempre. Io so che quel bar è di Mellea e di Corapi: “quando sono andato al bar di Corapi c’era il fratello di Piero Mellea e ho avuto una discussione con lui a Catanzaro, dove non volendo mio cugino gli aveva poco poco squasciato la macchina, quindi mi ha detto lui: “ci vediamo al bar di Corapi, che ne parliamo là. Quando arrivammo là, Corapi mi disse personalmente: “Senti, vedi che è la stessa cosa che stai parlando con me” mi disse, perché so che… mi disse: “perché Piero è in società pure cu mia, non risulta, non risulto neanche io” questo lo diceva Corapi. Chiudiamola qua questa situazione e l’abbiamo chiusa qua. Infatti più volte il fratello di Piero Mellea mi invitava la domenica ad andare là al bar e a mangiare là con i bambini e farli giocare al Parco dell’Agraria.

Le estorsioni alla Cittadella regionale. Non solo Mellea, ma anche Corapi, secondo le dichiarazioni di Mirarchi, aveva il compito di raccogliere i soldi provento delle estorsioni sulle zone di Catanzaro. “Lui e Piero Mellea personalmente sono andati alla costruzione che hanno fatto alla Cittadella regionale a Germaneto e hanno chiuso l’estorsione. Lo so perché quando siamo subentrati noi, c’era un escavatore là e quando ho detto a Nico “facciamo pure qua alla Cittadella” mi ha detto Nico: “No, non la possiamo fare perché è già stato chiuso e ha mandato i soldi a Nicola Grande Aracri. Questa l’ha chiusa Piero Mellea e Roperto Corapi”. Il mio referente era Nico Gioffrè e più di una volta è stato mandato da mio zio Cosimino U’ Tubo dicendogli: “Cosimi, dobbiamo aspettare che ora i soldi della Cittadella, come arrivano tu lo sai che Nicola fa le cose uguali e manda i soldi, però sti soldi fino al 2016 dovevano essere l’ultima tranche, perché l’importo avevano chiesto l’estorsione di un milione di euro”.

Redazione Calabria 7

 

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