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‘Ndrangheta, Vincenzo Muià: la caccia al killer del fratello

accoltellamenti cosenza

di Vincenzo Imperitura – Nelle settimane che seguono l’agguato a Mino Muià, Vincenzo, arrestato nei giorni scorsi su disposizione della distrettuale antimafia di Reggio, ha un solo pensiero in testa: scoprire il nome del mandante e dei membri del gruppo di fuoco che il 18 gennaio ha ammazzato a pistolettate il fratello.

Un pensiero fisso che ricorre in tante intercettazioni captate dalla polizia di Siderno e che porterà il presunto esponente del “Siderno Group” fino in Canada, a chiedere numi alla commissione che dalle coste atlantiche – hanno appena scoperto gli investigatori – ha preso ad occuparsi anche degli affari della “casa madre” nella Locride. Vincenzo Muià, annotano gli inquirenti, cerca di farsi luce tra le tante nebbie che circondano il caso: teme di finire in mezzo a una tragedia (e cioè una pantomima di finte informazioni fatte filtrare ad arte per creare il caos tra i rivali) e vuole andarci con i piedi di piombo. I suoi sospetti ricadono su Vincenzo Salerno, unico fratello sopravvissuto della famiglia rivale, ma le informazioni che l’uomo è riuscito a raccogliere non bastano: «Vedi che ha tuo fratello lo ha ammazzato ics – ipotizza Muià con un sodale – ed io vado da ics che ti credo, e lo sparo. È normale il tragiro, matematico. Matematico».

Neanche la ricostruzione della dinamica dell’agguato distrae Muià: «aveva qualcuno che lo aspettava lì – dice riferendosi al killer – perché lui è tornato sempre di la, lo aspettavano per spararlo. Ma non credo che scappava per il campo, perde tempo. Lui è tornato indietro, è salito in macchina e se ne è andato». Il pensiero di non conoscere il nome che cerca, gli da il tormento: «Io non so chi lo ha ammazzato. Pensi se lo so chi l’ha ammazzato, come faccio a dormire tranquillo? Come faccio a dormire tranquillo?». Un tormento che, gira e rigira, torna sempre all’uomo che lui considera come mandante e si rammarica che all’epoca della faida, la famiglia vincitrice non abbia sterminato tutti i rivali: «Quando si taglia l’erba nella gramigna, se non la togli tutta, torna a nascere.

E se la lasci, se ti dimentichi una – continua l’indagato nel suo ragionamento – rinasce. Vuole essere tagliata, scippata e messo il diserbante. Quando si fanno le cose bisogna farle giuste». Ma il rischio di sbagliare bersaglio sembra frenare ogni proposito di vendetta, in favore di una soluzione da trovare con calma. Magari con una chiacchierata con il ramo canadese del “crimine” di Siderno. Muià vola infatti a Toronto, in Ontario per essere ricevuto da Cosimo Figliomeni al quale confessa la sua “inchiesta” personale e si rammarica del mancato riscontro avuto dalla “società” di Siderno, dopo la sua richiesta.

Figliomeni lo ascolta  e dopo averlo messo in guardia sul rischio delle possibili “tragedie” («parla con qualcuno, hai capito – dice Figliomeni – che ha interessi di armare zizzania»), gli ricorda di come avvertimenti ad una maggiore cautela erano già stati recapitati al fratello. «Io te lo dissi quando siete venuti qui all’inizio, di Mino. Gli dovete dire di non parlare, di non aprire bocca».

© Riproduzione riservata.

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