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Non è l’Arena, il caso degli studenti vaccinati a Cariati e lo scontro Morra-Cesareo

vincenzo cesareo

di Antonio Battaglia – Le telecamere di Non è l’Arena ancora una volta in Calabria, dove ai problemi endemici che affliggono la sanità regionale si aggiungono le difficoltà della campagna vaccinale. La trasmissione di Massimo Giletti fa luce precisamente sul caso Cariati, dove sono stati vaccinati una sessantina di alunni diciottenni prossimi a sostenere l’esame di maturità. 

Ai giovani, frequentanti il liceo scientifico “Stefano Patrizi”, è stato somministrato il vaccino Pfizer in occasione del Vax day tenutosi in Calabria nei giorni 24 e 25 aprile, nonostante non rientrassero in alcuna delle categorie previste come prioritarie dalle ordinanze vigenti. Agli stessi la scuola avrebbe inviato una nota alcuni giorni prima con un documento da compilare in caso di accettazione e sarebbe stata anche comunicata la data per il richiamo. Situazione inverosimile se si pensa che in Calabria ancora tanti over 80 e fragili aspettano il prezioso siero. 

“Se avessi saputo che non ci spettavano, io non lo avrei fatto. Un po’ di rammarico c’è” dice una studentessa al telefono della giornalista Mastandrea. La dirigente scolastica del Liceo “Patrizi”, Sara Giulia Aiello, afferma invece che l’iniziativa è nata perché “l’Asp mi ha comunicato che ci sarebbe stata la possibilità di sfruttare alcuni esuberi di vaccini”.

L’Asp disconosce tutto

I vertici dell’Azienda sanitaria provinciale, dalla loro, sostengono di non aver mai autorizzato la vaccinazione dei diciottenni e hanno già comunicato di aver avviato una indagine interna. In tutto questo la responsabile del centro vaccinale si è trincerata dietro la porta del suo ufficio, schivando ogni sorta di richiesta di spiegazioni. “Non ero al corrente della situazione – si limita ad affermare Antonio Graziano, direttore del distretto sanitario dell’Asp di Cosenza – I vaccini non scadevano perché noi lo sappiamo prima. Ribadisco che è una iniziativa fuori da ogni logica e ogni regola”.

A parere di Pierpaolo Sileri, viceministro della Salute ospite in studio, questo episodio è solo “la punta dell’iceberg. In Calabria serve una catena di responsabilità, ma in alcuni casi manca il controllo del territorio sanitario”.

Il caso di Cesareo

“Porta chi vuoi che facciamo il tampone a tutti… pure ai gatti”, diceva, intercettato, qualche tempo fa Vincenzo Cesareo. Il direttore sanitario dell’ospedale Spoke di Cetraro-Paola, indagato dalla Procura della Repubblica di Paola con le accuse di peculato, truffa e falso, nonché di avere somministrato indebitamente il vaccino anti Covid a suoi amici, esce allo scoperto e cerca di far chiarezza direttamente dagli studi di La7.

“Quella frase si riferisce ai tamponi, perché a mio parere vanno fatti a tutti coloro che ne ravvisano la necessità. Mi sento una persona libera: la Procura mi ha sospeso e io avevo maturato già la pensione, perciò ho lasciato l’incarico. Ma con quale coraggio si discute sull’utilizzo da parte mia di una auto Panda?”. Il senatore Morra definisce Cesareo, uomo candidato in passato con diversi partiti politici, “il classico esempio di come la politica permetta di mangiare passando da una parte e dall’altra”. Secondo gli inquirenti, a detta del parlamentare pentastellato, la famiglia Cesareo è entrata in rapporti con la famiglia Muto. E sulla frequentazione con un esponente dei Pelle di San Luca, l’ex dirigente dice che “della provincia di Reggio Calabria non me ne fregava niente, dato che allora ero in campagna elettorale nella provincia di Cosenza. Un giorno uscii dall’ospedale di Locri e mi arrivò una chiamata, ma non sapevo dove stessi andando”.

 

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