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Omicidio Aversa a Lamezia: trent’anni fa l’agguato. La ferita rimane aperta

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Un duplice omicidio di ‘ndrangheta, meno noto rispetto ai delitti eccellenti collegati all’epoca delle stragi, ma comunque una ferita aperta per lo Stato. Ricorrono quest’anno i trent’anni dall’omicidio di Salvatore Aversa, sovrintendente capo della Polizia di Stato, e della moglie Lucia Precenzano, avvenuto il 4 gennaio 1992 a Lamezia Terme, in pieno giorno, nella centralissima via dei Campioni poi intitolata proprio alle due vittime. Un duplice delitto – che i sindacati di Polizia hanno voluto ricordare oggi – segnato anche da misteri e dubbi sulla consistenza delle piste investigative. Sullo sfondo una città il cui consiglio comunale è stato sciolto per mafia 3 volte in 30 anni.

Gli autori del duplice omicidio furono individuati a febbraio del 2001 in due elementi della Sacra Corona Unita pugliese, Salvatore Chirico e Stefano Speciale. I due, nel frattempo diventati collaboratori di giustizia, il 24 aprile del 2002 furono condannati dal gup a dieci anni di carcere, mentre  all’ergastolo finì Antonio Giorgi di San Luca, colui che avrebbe dato l’incarico ai killer pugliesi. La Corte d’Assise di Appello di Catanzaro, il 23 febbraio del 2009, condannò Francesco Giampà, “il Professore”, capo storico dell’omonimo clan, a 30 anni di carcere, sentenza poi divenuta definitiva nel 2010, poiché ritenuto il mandante del duplice delitto. Ma prima di queste sentenze, tutte definitive dopo il processo in Cassazione, le indagini furono costellate da intoppi e depistaggi.

L’inchiesta

L’inchiesta, in una prima fase, aveva portato all’arresto di due lametini, Renato Molinaro e Giuseppe Rizzardi, indicati come esecutori materiali da una presunta testimone oculare, Rosetta Cerminara, e in seguito scagionati. Per Cerminara, che era stata anche sottoposta al programma di protezione riservato ai testimoni di mafia e che aveva ricevuto la medaglia d’oro al valore civile dall’allora presidnete della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, arrivò dopo diversi anni, la condanna definitiva per calunnia e truffa aggravata ai danni dello Stato. L’onorificenza le fu revocata. La donna vive oggi lontano dalla Calabria.

La morte dei coniugi Aversa richiamò l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale sulla Calabria. Fu colpito un funzionario di Polizia che aveva speso la sua esperienza per contrastare l’avanzata della ‘ndrangheta nella città di Lamezia Terme e per questo venne condannato a morte. Le sue indagini furono alla base della relazione che portò al primo scioglimento del consiglio comunale della città calabrese e al conseguente commissariamento per infiltrazioni mafiose deciso nel 1991, cosa che gli costò la vita. Con lui fu uccisa la moglie, insegnante molto nota in città, probabilmente perché era in compagnia del marito. La morte dei coniugi, tuttavia, non fermò la sete di vendetta della criminalità organizzata, al punto che le tombe delle vittime, all’interno del cimitero di Castrolibero, il centro del Cosentino di cui il poliziotto era originario, sono state più volte profanate. Il Comune di Lamezia Terme fu nuovamente commissariato, sempre per le ingerenze della ‘ndrangheta nell’attività dell’ente, nel 2002 e nel 2017.

Fsp: “Una giornata per onorare vittime in divisa”

“Dopo 30 anni dall’omicidio dei coniugi Aversa, non è minimamente scalfito il valore della memoria e dell’esempio del sovrintendente capo e di sua moglie, rimasti immutati nei cuori e nelle menti. Il valore della memoria è dirompente e, soprattutto, impone riflessioni profonde. Sarebbe ora di fissare una giornata in onore di tutte le Vittime in divisa. Proprio come è ora che il diritto alla sicurezza sia riconosciuto e codificato”. Sono le due proposte avanzate dalla Fsp Polizia, per bocca del Segretario Generale, Valter Mazzetti, oggi nel corso del convegno tenutosi a Lamezia Terme  in occasione del trentennale dalla morte dei coniugi Aversa.

“Oggi, anche grazie al sacrificio di Aversa e di tanti altri valorosi Servitori dello Stato – ha aggiunto Mazzetti -, molte cose sono cambiate, in un percorso tormentato verso l’affrancamento dalla sottocultura dell’illegalità. Altre cose, però, sono immutate: come la richiesta di sicurezza che, anzi, cresce esponenzialmente con il cambiamento della nostra società. Questa ‘sicurezza’, che assume le più mutevoli forme nelle istanze di cittadini e istituzioni, è base della civile convivenza, fondamento del nostro Stato democratico, garanzia della libertà delle persone, presupposto di ogni forma di evoluzione, crescita e sviluppo. Il bisogno di “sicurezza” che individui e collettività manifestano così intensamente in ogni ambito della vita sociale e istituzionale, e che è sempre più frammentato in diverse sfaccettature, è la conferma di come sia tempo ormai che essa assurga a diritto fondamentale, formalmente riconosciuto, e codificato”.

“Un diritto innegabile”

E ciò, ha proseguito Mazzetti, “certamente, dovrebbe portare con sé anche il riconoscimento formale dell’essenzialità del servizio dei tutori della sicurezza. Proprio la brutale esecuzione di Aversa, ‘fatto fuori’ perché rappresentava il più pericoloso strumento del cambiamento in un contesto difficile e delicato come questa porzione di territorio, è la conferma – ha aggiunto Mazzetti – di quanto chi lavora per garantire il funzionamento del sistema sicurezza sia il vero argine allo strapotere della criminalità e alla devianza dell’illegalità, tanto da rappresentare il primo ostacolo da “eliminare”. Morti e feriti nel nome del dovere, degli ideali e della fedeltà che abbiamo giurato alla Repubblica, ne contiamo da sempre tanti, troppi.

E proprio come è vero che quello ‘alla sicurezza’ è un diritto innegabile, è altrettanto vero che chi lavora per essa e per essa sacrifica la propria vita essendone il primo difensore, merita eguale riconoscimento. Ecco perché – ha concluso –  siamo convinti che sarebbe giusto fissare una data in memoria di tutte le Vittime delle Forze dell’ordine che possa racchiudere il ricordo, le vite, l’impegno, di ciascuna di queste persone, esempi di coraggio, integrità e generosità che non sono parole di mera retorica, ma sono il dna con cui sono forgiati donne e uomini con la divisa”.

Molteni: “Polizia italiana migliore del mondo”

“Dobbiamo avere un senso di profonda gratitudine verso le forze dell’ordine e verso tutti coloro i quali indossano una divisa. In questi due anni complicati legati alla pandemia abbiamo chiesto sforzi enormi alle forze di polizia e per tali ragioni il ringraziamento che a loro rivolgiamo è duplice”. Lo ha detto il sottosegretario all’Interno con delega alla Sicurezza Nicola Molteni. Davanti a diverse scolaresche della città, Molteni ha aggiunto: “I ragazzi sono la speranza sulla quale deve poggiare il rilancio e la crescita del Paese”, quindi si è soffermato sul delitto dei coniugi Aversa: “Quando muore un rappresentante delle istituzioni, se ne va – ha affermato – un pezzo dello Stato e di ognuno di noi.

Salvatore Aversa e Lucia Precenzano hanno anteposto alla propria vita il senso del dovere, dell’appartenenza e del sacrificio. Dobbiamo ricordarli per continuare a coltivare i valori di legalità, sicurezza e giustizia”. Tra i punti chiave del suo intervento, anche un richiamo sulla necessità di potenziare gli apparati delle forze di polizia: “La politica deve intervenire sulle assunzioni e dotazioni organiche, consentendo alle forze dell’ordine di operare come sanno fare”. Quindi la conclusione: “Abbiamo la migliore polizia del mondo. Ognuno di voi ne sia orgoglioso”.

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