Omicidio Di Leo, colpo di scena in Appello. Assolto Francesco Fortuna

In primo grado l’imputato era stato condannato a 30 anni. Ad incastrarlo erano stati dei guanti di lattice e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Mantella e Moscato

di Gabriella Passariello

di Gabriella Passariello

Ribaltata la condanna in assoluzione. Per non aver commesso il fatto. La Corte di assise di appello di Catanzaro presieduta da Marco Petrini, ha scagionato Francesco Fortuna, 39enne di Sant’Onofrio, ritenuto esponente di spicco della cosca di ‘ndrangheta dei Bonavota, accusato di essere uno dei killer dell’omicidio di Domenico Di Leo, detto Micu ‘i Catalanu, ucciso a colpi di pistola, kalashnikov e fucile tra l’11 e il 12 luglio 2004.  I giudici di secondo grado hanno accolto le richieste di assoluzione dei legali Sergio Rotundo e Salvatore Staiano, codifensori dell’imputato, ribaltando in assoluzione la condanna a trent’anni di carcere formulata dal gup nel mese di luglio 2017, nonostante il pg avesse chiesto la conferma del verdetto di primo grado.

L’inchiesta. Le indagini, coordinate dall’allora procuratore aggiunto di Catanzaro Giovanni Bombardieri, oggi a capo della Procura di Reggio, sono partite dal taglio di mille ulivi risalente al 2011 a titolo di estorsione ai danni  di una cooperativa con scopi benefici gestita anche da religiosi a Stefanaconi, conclusasi con l’arresto dei vertici del clan dei Bonavota. Ma ad incastrare Fortuna, finito in manette il 13 gennaio 2016, sono stati dei guanti di lattice che comparati con il suo dna hanno consentito ad inquirenti e investigatori di fare quadrato su un omicidio efferato, dove all’epoca dei fatti furono trovati ben 45 bossoli di fucile, pistola e kalashnikov. All’arresto hanno anche contribuito le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia Andrea Mantella e Raffaele Moscato. Il primo ha spiegato agli inquirenti di aver partecipato in prima persona alle fasi preparatorie dell’omicidio di Domenico Di Leo e di aver personalmente guidato l’auto con a bordo i killer che hanno poi aperto il fuoco contro la vittima designata, mentre Moscato ha raccontato come Fortuna era solito nascondere in tasca i mozziconi di sigaretta perché nessuno potesse risalire al suo dna. L’attività di indagine ha permesso di ricostruire tutta la vicenda che ha portato all’eliminazione di Di Leo, divenuto “pedina” scomoda per il suo clan.

Il movente del delitto. Non sarebbe stato un unico movente a determinare l’omicidio: le frizioni che, in quel determinato periodo storico, erano emerse all’interno del clan Bonavota e che portarono all’eliminazione di diversi suoi componenti e il fatto che Di Leo avrebbe offeso uno dei Bonavota, intrattenendo una relazione sentimentale con la cugina, sarebbero stati solo alcuni dei motivi per i quali Di Leo andava fatto fuori. Alla base del delitto c’erano molto di più, c’erano interessi economici e per gli inquirenti determinante sarebbe stato l’episodio  che si era verificato nella zona industriale di Maierato immediatamente prima dell’omicidio, quando  Di Leo aveva “cacciato” gli operai che, per conto di Domenico Bonavota, dovevano effettuare gli scavi per la realizzazione di un bar nella zona industriale di Maierato, da intestare alla moglie di Nicola Bonavota e Rosa Serratore. La vittima, inoltre, era ritenuta responsabile del collocamento di un ordigno che aveva distrutto una concessionaria di autovetture ubicata allo svincolo autostradale di Sant’Onofrio. E poi c’era il timore che Di Leo  potesse porre in essere azioni nei confronti di altri esponenti del clan, in ragione della sua caratura criminale e della “voglia” che stava maturando di imporsi nell’ambito della consorteria e sul territorio.

Redazione Calabria 7

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