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Omicidio Sacko nel Vibonese, la Corte di assise condanna l’imputato a 22 anni

di Gabriella Passariello- Si chiude con una condanna il processo per l’omicidio di Soumaila Sacko, 29 anni, bracciante e sindacalista originario del Mali, ucciso la sera del 2 giugno 2018 a San Calogero nel Vibonese, raggiunto da un colpo alla testa sparato con un fucile da caccia mentre era insieme a due connazionali nell’area dell’ex “Fornace Tranquilla”. La Corte di assise di Catanzaro, presieduta dal giudice Alessandro Bravin, ha inflitto all’imputato Antonio Pontoriero, codifeso dagli avvocati Salvatore Staiano e Francesco Muzzopappa, 22 anni di reclusione per omicidio volontario, una pena inferiore rispetto ai 30 anni richiesti al termine della requisitoria dalla pubblica accusa. Diversi i testi che in questi mesi hanno sfilato nel corso del processo e tra questi, colui che è considerato il teste chiave Madihieri Drame, che ha fornito l’identikit dell’assassino, descrivendolo come una persona di mezza età, di statura media, che indossava una maglietta a maniche corte di colore nera e un paio di pantaloni lunghi e grigi.

Così è stato ucciso Sacko

Ha riferito in aula la stessa versione fornita quando è stato chiamato a sommarie informazioni, ricostruendo i fatti e rimarcando che in quel periodo stava nella tendopoli di San Ferdinando a Rosarno e che lavorava nei campi per conto di persone italiane, precisando che il giorno del delitto, verso le 15, insieme ad alcuni suoi connazionali, Sacko e Foune Madou si erano diretti a San Calogero, nel Vibonese, all’interno dello stabilimento dismesso detto “La Fornace Tranquilla”, per prelevare alcuni pannelli di copertura inutilizzati ed abbandonati che sarebbero serviti per sistemare la loro dimora nella Tendopoli. Mentre Drame e Sacko si trovano sul tetto della struttura per smontare le lamiere, si sente un colpo di fucile: “Ci siamo allarmati e siamo scesi dal tetto”. Drame racconta di aver percepito da quale direzione proveniva il colpo, notando un uomo a distanza, in posizione sopraelevata che lo osservava da seduto puntando loro il fucile contro.

Riverso a terra in una pozza di sangue

“Ho avvertito subito il mio amico Sacko in modo che ci potessimo riparare dall’esplosione di ulteriori colpi”, in quel momento un altro colpo di fucile colpisce alla testa Sacko, che cade a terra in una pozza di sangue, mentre il teste chiave riesce a ripararsi dietro un muro, nonostante il killer si fosse spostato per avere una migliore visuale e non sbagliare l’obiettivo. Nel frattempo l’altro connazionale Foune, che stava trasportando alcuni pannelli verso l’uscita dello stabilimento, viene raggiunto da colpi di fucile che fortunatamente lo lasciano illeso, grazie allo scudo dei pannelli. Il killer continua a sparare e Drame nel cercare un rifugio più sicuro viene colpito alla gamba destra, ma riesce a scappare, notando l’uomo salire su una Fiat di colore bianco, per poi allontanarsi. Almeno così credeva, perché nel cercare aiuto in un casolare, dove risiedono altri extracomunitari, vede l’uomo ancora nello stesso luogo in cui si trovava prima, per poi inserirsi nella conversazione con Drame e altri connazionali, che abitavano lì. Proprio in questa circostanza si accorge che quella persona indossava gli stessi indumenti di colui che aveva sparato poco prima. Per timore che l’uomo potesse ancora una volta sparare, “gli chiedevo il permesso di avvicinarmi al mio amico ferito per soccorrerlo. L’uomo mi diceva, alzando le mani, che lui non avrebbe fatto niente e alla mia richiesta di prestare il suo aiuto per portare con l’auto la persona ferita in ospedale, lo stesso si rifiutava dicendo che non ne voleva sapere niente”, allontanandosi definitivamente in direzione Vibo. La Corte di assise depositerà nel termine di novanta giorni le motivazioni della sentenza e gli avvocati difensori, che oggi in aula hanno chiesto l’assoluzione per il loro assistito, hanno preannunciato il ricorso in appello.

 

 

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