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Omicidio Vangeli: un’amore fatale…

di Vincenzo Imperitura – Gli investigatori l’hanno ribattezzata “amore fatale” anche se più che con l’amore, questa storia di ordinario squallore di provincia, sembra avere a che fare con il mero possesso. Un “possesso” paradossale – visto che stiamo parlando di una ragazza poco più che maggiorenne, vertice, suo malgrado, di un triangolo da fiction di quart’ordine – rivendicato da entrambi gli altri protagonisti, per una vicenda dai tratti così marcatamente melodrammatici da risultare quasi grotteschi, se sul piatto non ci fosse la scomparsa e la morte di Francesco Vangeli, fabbro di poco più di trenta anni.

«Lei è mia, ti dissi ca non ti voli, è a mia. La lasci stare o ci dobbiamo scannare»: È scolpito nella memoria virtuale di uno smartphone, il prologo di una lite che, sostengono i magistrati della distrettuale antimafia di Catanzaro, è poi sfociata nel sangue e nella violenza. Una violenza così feroce – ha detto in conferenza stampa il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri – che avrebbe portato i due maggiori indagati, i fratelli Antonio e Giuseppe Prostamo, a disfarsi, nelle acque del Mesima, del corpo della loro vittima designata quando ancora non aveva smesso di respirare. Una storiaccia che si attorciglia attorno a una paternità in “bilico” tra i due contendenti, e che viene fuori in un contesto intriso di ‘ndrangheta, tra armi clandestine che passano di mano in mano e fiumi di cocaina da smistare in quel pezzetto di Calabria stretto tra le province di Vibo e di Reggio.

LA MORTE PROMESSA

Francesco Vangeli, artigiano di 27 anni, sparisce nel nulla nella notte tra il 9 e il 10 ottobre dello scorso anno. A distanza di poche ore dalla denuncia della scomparsa, i carabinieri ritrovano la sua utilitaria completamente bruciata ai margini di una stradina periferica, a due passi dal fiume Mesima, ma del corpo del giovane nessuna traccia. Gli inquirenti troveranno tra i rottami dell’auto, anche la carcassa di un iphone: ed è proprio sul profilo “cloud” (l’archivio virtuale dei moderni telefoni cellulari) di quel telefono appartenuto alla vittima che, grazie all’intuizione del fratello di Vangeli, gli investigatori trovano quelle che sono considerati elementi importanti dell’indagine. Tra i messaggi registrati in automatico dal dispositivo infatti, saltano fuori una serie di conversazioni dal tono inequivocabile tra Antonio Prostamo (nuovo compagno della ragazza contesa) e Francesco Vangeli: «O Francesco sappi che non muoio qua, ti starò sempre addosso ovunque andrai, qualsiasi cosa farai io sarò alle tue spalle non avrai un momento di pace nemmeno dietro una porta chiusa». Prostamo è rinchiuso ai domiciliari per una storia di droga e non può materialmente uscire da casa per “incontrarsi” con l’uomo che, nel mondo al contrario in cui sembrano vivere i protagonisti di questa storia, si è messo in mezzo. E poco importa, agli occhi del presunto assassino, che il soggetto destinatario delle minacce sia, in quel periodo, il compagno della ragazza di cui si è invaghito (e con cui lo stesso carnefice ha allacciato una relazione sentimentale parallela). «Mo che esco me la vengo a prendere – scrive ancora Prostamo – e tu dovrai solo accettarlo se vorrai che ti piaccia o no se non sarà lo stesso».

LA TRAPPOLA

È sempre la giovane donna ad essere alla base delle minacce che Prostamo rivolge senza tregua al suo rivale. Minace che si fanno sempre più pressanti: «Te ne stai approfittando che non posso uscire, per un porco come te rompo pure i domiciliari. Ti faccio sciogliere – scrive ancora il presunto assassino – lo farò, promesso». Minacce che continuano fino alle settimane precedenti alla scomparsa di Vangeli e che, la notte del 9 ottobre, finiscono inevitabilmente per concretizzarsi. Sono da poco passate le 22, Vangeli è in giro con la sua auto, destinazione casa di Giuseppe Prostamo, fratello di Antonio e amico di vecchia data (nonché sodale in vicende legate allo spaccio di droga) dello stesso Vangeli. L’artigiano è stato invitato a casa dell’amico con la scusa di prendere le misure per un tavolino in ferro da realizzare e per una bottiglia di buona grappa da condividere. Ma vangeli sa di correre dei rischi, conosce lo spessore criminale dei fratelli Prostamo (inseriti negli ambienti legati alla locale che fa riferimento al clan dei Mancuso) e prima di dirigersi verso San Giovanni di Mileto, fa sosta a Nao, frazione di Filandari. Vangeli va a trovare Fausto Signoretta (anche lui tra gli indagati): l’uomo, imparentato con i Mancuso, avrebbe dovuto rendersi garante dell’incolumità di Vangeli. Una precauzione inutile, visto che, nel giro di un paio di ore, il giovane artigiano verrà colpito da un proiettile di fucile e il suo corpo, rinchiuso in un sacco di plastica, sarà lasciato in balia delle acqua del fiume, senza mai essere ritrovato.

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