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OPINIONI | Next Generation EU: “Per il Mezzogiorno, per l’Italia”

iacucci

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – La pandemia ha già avuto e avrà impatti di grande portata sui sistemi economici e sociali di molti Paesi. Tuttavia, nel quadro del grande Programma Europeo Next Generation EU, di cui è tra i maggiori protagonisti e beneficiari, l’Italia ha l’occasione, irripetibile, di ricostruire il telaio economico, sociale, produttivo, coniugando, ad ogni livello dell’azione politica e istituzionale, sviluppo sostenibile, coesione sociale, innovazione.   

Si tratta di una sfida senza precedenti, in cui, tra l’altro, il nostro Paese può disegnare per se stesso un ruolo di assoluto protagonista nell’Europa del prossimo futuro.

C’è tuttavia, in questa partita, per molti versi del tutto nuova, una posta in gioco che dipende da fattori radicati ormai da decenni e che però è cruciale: bisogna ridurre le disparità territoriali.

Le disparità territoriali, in particolare tra il Nord e il Sud, già molto gravi e profonde di per sé, si integrano e si sommano alle altre disparità, in particolare alle disparità di genere e alle disparità intergenerazionali, assumendo, nelle aree più deboli del Paese, quel carattere di disparità multipla e cumulata che costituisce un serio vincolo alla crescita italiana. Questo tema deve essere al centro del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. I risultati economici e sociali che il Piano genererà nel Nord dipendono strettamente da come sarà in grado di innescare un’inversione di tendenza al Sud (e viceversa). In tal senso, è centrale il tema dell’allocazione territoriale degli investimenti. E quindi la visione di Paese, i diversi scenari per i territori, le regioni, le città, le aree interne.

Dunque, lo sviluppo del Mezzogiorno come obiettivo centrale del Piano. Per diversi motivi, di cui tre sono fondamentali.

Primo, di natura costituzionale. Le pari opportunità fra i cittadini costituiscono un principio fondamentale della Carta costituzionale.

Secondo, di carattere finanziario. Il divario storico tra le aree del Paese ha determinato, di fatto, la dimensione del finanziamento destinato all’Italia del Programma Next Generation EU che, altrimenti, sarebbe stata assai più contenuta.

Terzo, per ragioni di efficienza economica. Gli investimenti nel Mezzogiorno, come noto, hanno un moltiplicatore più elevato e producono impatti profondi e duraturi sul sistema produttivo dell’intero sistema nazionale. 

Il Sud, dunque, come orizzonte strategico per l’Italia. Questa assunzione deve essere centrale nel Piano ed implica una precisa assunzione di responsabilità ed una visione strategica ampia. Il Paese è chiamato a definire una propria visione di futuro a medio e lungo termine. Per questo, il Piano è un programma politico, non una questione tecnica. Ecco perché bisogna democratizzare i processi decisionali e coinvolgere ogni istituzione ed ogni nodo della rete sociale, economia e civile del Paese. 

Da questo punto di vista, le Province, la più antica istituzione nazionale, devono essere chiamate ad una funzione che è essenziale, in quanto istituzioni costituzionalmente rappresentative dei territori, enti di area vasta per eccellenza e soggetti aggregatori delle istanze e delle progettualità dei Comuni. In tal senso, il Piano non può essere una sommatoria di interventi né uno schema dirigistico dall’alto, ma l’esito di un lavoro cooperativo tra le istituzioni: deve diventare una strategia per il Paese, mettendo insieme visione, progetti, risultati misurabili, filoni di lavoro, idee diverse.

Ciò malgrado, il Piano, nella sua attuale configurazione, non sembra essere strutturato secondo questo indirizzo. In altri termini, i suoi effetti sulla riduzione delle disparità e sulla crescita del Mezzogiorno e, quindi, dell’intero Paese, non sono espliciti né chiari.

Il Piano deve intervenire prioritariamente sui grandi servizi pubblici, dalla scuola alla sanità alla mobilità sostenibile, cioè proprio in quegli ambiti in cui, in Italia, esiste un divario civile, soprattutto a danno del Sud, che non ha eguali in Europa. Su questo occorre una scelta chiara: occorre riavvicinare il Nord e il Sud rispetto al tema fondamentale delle disparità nei diritti di cittadinanza.

Da questa impostazione, sul piano del metodo, dovrebbe però conseguire l’allocazione al Sud di una quota di risorse di Piano ben superiore al suo peso in termini di popolazione, in coerenza con l’impostazione del Programma Next Generation EU. Questo, beninteso, al netto dei fondi della programmazione nazionale e comunitaria. È necessario che le risorse del Piano siano realmente aggiuntive e non sostitutive rispetto a quelle ordinarie e a quelle già stanziate. Il rischio è che s’incorra nella spirale negativa che ha caratterizzato gli stanziamenti dei Fondi europei nell’ultimo ventennio che, da risorse per loro natura destinate a intervenire sui nodi strutturali del ritardo del Sud e, quindi, necessariamente aggiuntive rispetto alle risorse ordinarie, sono diventate, via via, risorse sostitutive della spesa ordinaria. In tal senso, il Piano deve contenere precisi impegni per le Leggi di Bilancio, che dovranno destinare, negli anni, risorse ordinarie adeguate a garantire il mantenimento nel tempo dei risultati che si saranno ottenuti nel tempo, in particolare nei servizi (salute, istruzione, trasporti, inclusione sociale, casa, acqua, servizi digitali, ecc.), rispetto ai quali è urgente definire i livelli essenziali delle prestazioni, su cui stimare sia i fabbisogni standard sia gli obiettivi di perequazione dei bilanci degli enti.

Franco Iacucci
Responsabile UPI per il Mezzogiorno e presidente della Provincia di Cosenza

© Riproduzione riservata.

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