Petrolmafie, ecco le motivazioni: ridimensionata la figura (ma non le accuse) del boss Luigi Mancuso

Per il Tribunale di Vibo è il capo indiscusso della cosca di Limbadi ma non è il "presidente del consiglio della 'ndrangheta" unitaria così come descritto dal pentito Mantella

Punto di riferimento della criminalità vibonese, capo della cosca di ‘ndrangheta di Limbadi ma non di quella calabrese. Il Tribunale collegiale di Vibo, presieduto dalla giudice Gianfranco Grillone, ridimensiona la figura (ma non le accuse) del boss di Limbadi Luigi Mancuso nelle motivazioni che spiegano la sentenza del processo scaturito dall’inchiesta “Petrolmafie” il cui filone ordinario si è concluso lo scorso dicembre in primo grado con 35 condanne e 24 assoluzioni (LEGGI QUI).

Gli affari del clan Mancuso e la figura dell’imprenditore D’Amico

Gli affari del clan Mancuso e la figura dell’imprenditore D’Amico

Le pene più pesanti sono state inflitte a carico proprio di Luigi Mancuso e dell’imprenditore Giuseppe D’Amico, condannati a 30 anni di reclusione. Dimostrata – secondo il collegio – l’esistenza di una “sotto-articolazione” della famiglia Mancuso di Limbadi, attraverso la quale “si realizzava l’infiltrazione della criminalità organizzata in attività economiche apparentemente lecite” con particolare riguardo al settore degli idrocarburi e a quello dell’edilizia. A capo del gruppo e del sottogruppo c’erano proprio il boss indiscusso Luigi Mancuso e il volto imprenditoriale, definito il “trait d’union”, Giuseppe D’Amico. Al centro dell’inchiesta il business dell’illecita commercializzazione dei carburanti e del riciclaggio per milioni di euro in società petrolifere intestate a prestanome. Di fatto il secondo filone di Rinascita Scott.

Luigi Mancuso come Nicolino Grande Aracri

Secondo l’impianto accusatorio, Luigi Mancuso è l’indiscusso capo promotore dell’omonima cosca ma anche una sorta di “Crimine della provincia di Vibo Valentia”. Un ruolo analogo a quello ricoperto, per esempio, da Nicolino Grande Aracri sull’area del Crotonese. Il “numero uno” della ‘ndrangheta vibonese secondo quanto riferito da diversi collaboratori di giustizia ed emerso in alcune intercettazioni ma non il “presidente del Consiglio della ‘ndrangheta” così come lo definisce il pentito Andrea Mantella. Gli elementi portati a sostegno di quest’ultima ipotesi accusatoria “non appaiono sufficienti” spiegano i giudici del Tribunale di Vibo specificando che risultano “piuttosto generici e, comunque, di non univoca lettura”, al più, quale “spunto investigativo da approfondire per poter affermare che ancora oggi, ad oltre vent’anni, Luigi Mancuso sia il ‘capo indiscusso’ della criminalità organizzata calabrese”.

“L’ammirazione fideistica dei mafiosi”

Il collegio evidenzia che l’unico soggetto in grado di fornire qualche elemento sul punto, in epoca “meno risalente” è Andrea Mantella, “la cui attendibilità – sostiene il Tribunale di Vibo – è già stata valutata criticamente in altra sede. Su tale profilo, infatti, il collaboratore di giustizia si limita a delle riflessioni e frasi assertive che non hanno trovato ulteriori riscontri in altri elementi probatori; a ciò si aggiunga come il Mantella, nelle sue dichiarazioni, tenda con superficialità a grossolani eccessi narrativi, che, anziché risultare efficaci nel delineare e descrivere la figura di Luigi Mancuso, non fanno altro che sollevare dubbi sulla bontà e pertinenza di quanto narrato”. Sul punto anche il dichiarato del nipote-pentito Emanuele Mancuso e i contenuti di alcune intercettazioni che tracciano il profilo del super boss viene derubricato a “una sorta di ammirazione fideistica che taluni mafiosi – anche estranei alla cerchia dei più stretti accoliti – provano nei confronti della sua autorevole figura, ora dipinta come quella di ‘Presidente del Consiglio della ‘ndrangheta’, ora come quella di ‘numero uno’; ciò che invece di prova è rimasto sfornito è come concretamente il Mancuso abbia esercitato le ‘funzioni presidenziali’ o quelle di ‘numero uno’ dell’intera ‘ndrangheta vibonese”.

“Punto di riferimento della criminalità organizzata”

Gli elementi probatori consentono di affermare, senza ombra di dubbio, che Luigi Mancuso, nella sua veste indiscussa di capo della Locale di Limbadi, aveva legami con altri gruppi criminali organizzati, “sviluppati, questi, grazie alle sue doti diplomatiche e al carisma che contraddistingue la sua figura; sennonché, ancora una volta – a parere del Collegio – tali relazioni sono meramente il frutto di quella fisiologica costante ricerca di punti di incontro fra consorterie contrapposte, necessari al fine di evitare inutili attriti e scontri nella gestione del territorio e sulle conseguenti attività illecite ivi perpetrate”. Un mediatore dotato di grande carisma agli occhi degli accoliti e un punto di riferimento per la criminalità organizzata in virtù delle sue capacità anche “di sciogliere problematiche e contrasti con le cosche reggine, tanto che queste ultime hanno da sempre visto in lui la figura idonea a dirimere controversie o, comunque, una persona in grado di indirizzarle nelle loro attività illecite”.

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